Lettere mitologiche - A cura di Paola Castagna

Con 'incursioni' inappropriate di Alex Donadio


“Accetta ciò che la vita ti offre e sforzati di bere dalle coppe che ti vengono presentate. Si devono assaporare tutti i vini: di alcuni, solo qualche sorso; di altri, l'intera bottiglia".
"Come posso riconoscerli?" 
"Dal gusto. Soltanto chi ha assaggiato il vino cattivo sa individuare quello buono".

Paulo Coelho



E Paola che il vino cattivo lo ha assaggiato, ormai sommelier consumato, con un rispetto pudìco di quei tempi oggi ci regala solo raffinati sapori, ci offre il vino delle vigne dell’Olimpo, e avventurandosi tra matrimoni sacri, tra dei scesi dalla sommità di quel monte che creano metamorfosi e causano morti, scrive di letteratura in versi. Metamorfosi. Non solo quella di Apuleio che attinge alla tradizione orale per lasciarci una memoria scritta, ma quella metamorfosi che la generano i versi, quel diaframma (e qui viene in mente che nessuna parola potrebbe essere più esatta per Paola) che non è che il ‘controllo del tempo’, necessario alla sintesi della poesia. Che invece la letteratura non permette.

Paola e le metamorfosi. Si perché Paola è “poeta, fotografa, critica d’arte e letteraria” come recita il suo sito. E naturalmente metamorfica.

Le sue “Lettere Mitologiche”, delle quali qui sotto leggiamo qualche estratto, mi ricordano, per quell'ansia del raccontare, l’Antologia di Spoon River, me la ricordano per quell’afflato con la scrittura appassionata di fatti avvenuti, un poco nascosti, per quella che forse si potrebbe chiamare una cronaca postuma dei sentimenti. Per quel “qualcosa di meno della poesia e di più della prosa" come ha scritto nella sua prefazione di una edizione italiana anni fa Fernanda Pivano.

Ma andiamo a leggere Signore e Signori, parla l’Olimpo e parlano i miti.


Personaggi e interpreti (di se stessi):


     - Psiche, Eros

     - Atteone, Diana, I cani

     - Euridice, Orfeo




Goccia
complice maldestra
da femmena
vestita
tu
che l'assurdo
celava
bellezza
nell' invidia
Curiosa fui
frenesia
del momento
stupore
e contemplazione
non odo più
l'ansimare del buio
nella cecità
che ti negai
                  Tua Psiche

Goccia. Dalla goccia d'olio bollente caduta sulla spalla di Eros, Paola ricava una lettera di rimpianto, della memoria. E rende sensuale il ricordo con poche rarefatte parole, frammenti di azioni, parole che stanno sole nel vuoto del foglio e che, sole, illuminano come quella goccia nel buio che accende la luce. Psiche è poetica, come possono esserlo le donne. Anzi, in questo caso, le ‘femmene’.

La risposta di Eros, invece, è meno poesia e più prosa. Le parole non costruiscono tra loro la cadenza lieve e malinconica di Psiche, è come se Paola scegliesse, anche mantenendo la forma in versi, di raccontare in prosa.

Eros rivela ‘il maschile’, perché nonostante l’afflato racconta di sé. Lui il centro. E non a caso chiude con un velato rimprovero.

Noi sappiamo che poi per intercessione di Zeus i due innamorati, separati per la luce improvvisa di una lampada, si ricongiunsero, e che da loro nacque una figlia, Volupta. ‘Voluttà’, nome femminile. Da non confondere con il ‘piacere’, nome maschile, che porta in sé un destino diverso. Siamo ancora a quel ‘femmena’, che crea sempre a sua immagine.

Attendesti sorniona
ma il fato
non volle
ed una goccia
bruciandomi
mi svegliò
non per questo
porto a te
mia amata
il rancore
dell'averti persa
ma il rammarico
dell'attenzione
che non hai
prestato
             Tuo Eros


È dolente, invece, l’epistola dell’incauto figlio di Aristeo, il principe tebano Atteone. Ancora non si è riavuto nonostante abbia conosciuto la morte, è stupito in eterno per l’aver contemplato, anche se solo per caso e per un attimo e per sua sfortuna, la ‘bellezza’. Quella di una Diana “dea silvarum” senza veli che si rinfrescava dalla calura estiva nelle acque del Citerone, appena ombreggiate dalle fronde della selva Gargafia (“in opaca silva Gargaphia”).

È romantico Atteone. Nella scrittura tralascia addirittura di ricordare la sua trasformazione in cervo, avvenuta per volere di una Diana indispettita e furente, per dare spazio invece a un suo stupore insistito che sovrasta anche il dolore di essere stato divorato rabbiosamente dai suoi cani. Lui che li amava tanto in vita quando era cacciatore appassionato.

Si fermò a guardarla (che i miei occhi / si permisero / la tua nudità”), calpestò inavvertitamente un ramo e al rumore Diana si accorse di lui.



Fra stupori
e contemplazioni
non ascolto più
l'ansimare
del vento
della vita
dolcezze visive
che i miei occhi
si permisero
la tua nudità
nel ricordo
attenua il dolore
del divorare
dei miei cani
                     Atteone



Paola riesce a far parlare, o meglio, scrivere, anche i cinquanta cani (questo è il potere della letteratura). È la muta personale di Atteone, sono stati resi furiosi, anche se inconsapevoli, dalla violenza di Diana che “aveva trafitto i cani col pungolo di devastante follia”, e persa la memoria dell’odorato del loro padrone non riconoscendolo più lo sbranarono. Finito l’incantesimo si misero alla sua ricerca nella selva ululando a lungo fin quando arrivarono alla caverna di Chirone, il centauro ‘immortale’ che aveva istruito Atteone alla caccia e che costruì per dar loro consolazione un eidolon, un simulacro dell’amato principe tebano . Solo allora si placarono.

Insisto ancora nel dire che questa scrittura arriva al lettore come assolutamente sincera, anche in quest’immagine umanizzata dei cani che scrivono, e continuo a pensare che queste liriche hanno un sentore di epigrammi funerari che stanno in un loro equilibrio tra la Grecia ed Edgar Lee Masters. Che proprio da quegli epigrammi trasse ispirazione oltretutto.

Presso
una grotta
trovammo
consolazione
alla ricerca
andammo
del tuo
perduto odore
Padrone
noi fedeli
fummo
ignari
dell'accaduto    
                    I tuoi cani

Il triangolo epistolare si chiude con Diana. Adesso è lei che scrive, lei la ‘Saettetrice’ adirata che nuda aveva assistito alla morte di Atteone. Altera, conscia del suo status di dea non perdona. Giovane vergine abile nel tiro con l'arco, dea della caccia, signora delle selve, custode delle fonti e dei torrenti, protettrice delle donne, irascibile e vendicativa era amante della solitudine.

Ormai sappiamo i fatti, indignata da quello sguardo stupefatto di Atteone sul suo corpo nudo, la dea gli spruzza con violenza sul viso l’acqua del fiume sacro e lo trasforma in cervo. Impedendogli così di poter raccontare ad altri la scena che aveva appena veduto. Non si può guardare ‘il divino’ impunemente, neanche per caso, che la hybris verso gli dei va punita in modo esemplare.  

Esatta nella sua fenomenologia è la poesia di Paola. Diana è dea e intoccabile, e il suo scritto rimane come atto d’accusa, quasi giuridico, lanciato nel tempo: “forte / il tuo guardare…”, “…l'animale / del tuo / costante / trasgredire”. Anche qui un po’ più prosa e meno poesia, e a ben guardare Paola ha ragione, non siamo certamente al ‘maschile’ come è successo con Eros, la grazia ‘femminile’ del corpo della dea doveva senza dubbio contrastare un poco con la sua figura atletica, quasi androgina, formatasi agli esercizi della caccia con l’arco. Tale anche il suo essere.

È regale lo scritto di Diana, noi dovremmo ricordare il suo primo nome dall’arcaico divios, Diviana, poi, solo dopo con i romani fu Diana, da quel dius latino, ossia "della luce". Quella luce che filtra dalle fronde degli alberi nelle sacre radure boschive e che, per chi attarda lo sguardo dove non deve, ferisce in eterno.

Non chiedetemi
ghirlande
nei miei fiori
già
sbocciati
non porgetemi
dolcezze
nel paese
dei limitati
sono appesa
ad un giostrare
strano
forte
il tuo guardare
di rimando
l'animale 
del tuo
costante
trasgredire
                 Diana



E a Paola non poteva sfuggire ancor più il mito di Orfeo, che proprio a Mantova, lei mantovana, Mantegna nel castello ducale chiaroscura il (suo) orfismo nella Camera degli sposi.    

È l’Orfeo s-finito quello di Paola che scrive, quello ormai fatto a pezzi dall'ira delle Baccanti per la sua decisione presa di non amare più nessuno dopo la morte di Euridice, è l’Orfeo separato dai suoi strumenti e dalla sua musica. La testa a Lesbo e la lira nel tempio di Apollo. Il resto del corpo, disperso.

Ma come si conviene seguiamo l’ordine di apparizione che Paola Castagna ha voluto per quest’altra coppia, anteponendo Euridìce a Orfeo, ribaltando così la tradizione del ‘suono’ nominale (noi abituati a nominare la coppia sempre come Orfeo ed Euridice, dove il maschile, appunto, compare sempre per primo). Operazione già avvenuta d’altronde come possiamo leggere solo qualche riga più in alto, con Psiche ed Eros. E non Eros e Psiche. Coppia che ricorda anche altri nomi come Giulietta e Romeo o Paolo e Francesca, dove Amore e Morte sono il ‘legame’ di coppia.

Euridìce è una ninfa. E sposa di Orfeo. Morì per il morso velenoso di un serpente calpestato per caso, capitato fra le sue caviglie in un prato mentre correva per sottrarsi alle attenzioni lubrìche del pastore Aristeo.

La storia è fin troppo nota: l’apollineo e dionisiaco Orfeo, il musicista sublime, lo sciamano che incantava e fermava gli animali, disperato della tragedia avvenuta, canta la perdita dell’amata Euridìce con tanto dolore e tale struggente malinconia che commuove le ninfe e gli dei. Consigliato da loro, scende nel regno dei morti per tentare di convincere Ade e Persefone a far tornare in vita la sua amata. Possibilità che gli è accordata ma a condizione che Orfeo cammini davanti a lei e non si volti a guardarla finché non siano usciti dalle ombre.

Come toccato dalla luce del sole, Orfeo si voltò per guardare la sua amata ma lei che camminava un poco più indietro, non era ancora completamente uscita dal regno dei morti… così che  Euridice svanì in una nuvola d'aria. Gli occhi di Orfeo su di lei, per un solo, terribile, ultimo istante.

Arrivò un messaggero inviato prontamente da Persefone a spiegargli come ne avesse provocato di nuovo la morte. E stavolta per sempre.
Non amerà più nessuno Orfeo, anzi, abbandonato il culto del dio Dioniso diverrà gran sacerdote, teologo dei culti orfici. Insegnerà poi l’amore omosessuale In Tracia.

Senza andare a scomodare Cocteau o L'inconsolabile dei “Dialoghi con Leucò” o altri ancora, che sarebbe lungo e fuorviante, vorrei solo dare una nota curiosa che ci pare interessante di essere raccontata. Si trova in una stesura delle diverse partiture dell’Orfeo gluckiano, quello di “Che farò senza Euridice?” o se vogliamo “J'ai perdu mon Eurydice” per intenderci, dove si avvicendarono alcuni cambiamenti, dove addirittura intere sezioni dell'opera furono riscritte per il canto, ‘en travesti’, del protagonista. Imponendo in questo modo la figura del ‘tenore acuto’ o haute-contre come si chiamava a quei tempi la più alta delle tipologie vocali del canto maschile per l’Opera. Spesso affidata ai castrati. Mentre l'arpa in scena sostituiva la lira di Orfeo. 

Euridice “/ de-canta /”, scrive del suo “/ amore / perduto /” in questa lettera tutta tesa a glorificare l’operato e le qualità del suo sposo. Orfeo è quello s-pezzato, spaccato, definitivamente “/ dannato /”. La sua una consapevolezza per sempre. Mentre Paola acquista la leggerezza dei suoi versi, di quelle parole appena percepite in un soffio, sfumate, distillate da quel vecchio alambicco nel distinguo dell’alcool “cattivo”. Dove ora, però, goccia a goccia cadono trasformate per essere assaporate dagli dei.

Ma anche da noi che dei non siamo.


Inguaribile
afflitto
la mia testa
fino a Lesbo
le onde marine
portarono
e li
riposai
sentendomi
per sempre
dannato

            Tuo Orfeo

Con mano
gagliarda
la tua cetra
in sogno
cercai di afferrare
muse
che insegnarono
ad usarla

e gli alberi

le piante

i sassi

ti correvan appresso
i fiumi
si fermarono
e le belve
si riunirono
al tuo cospetto
per ascoltare
il tuo
decantare
un amore
perduto
            Tua Euridice


Scatti di ©Paola Castagna