HUMO-RESCUE ME - A cura di Gaetano Lisciandra



Si tratta di un percorso interessantissimo (e tanti saluti all'understatement): unire dei puntini e tracciare una linea di congiunzione tra i mondi diversi ma mai davvero separati di musica parole e bocche aperte per stupore e divertimento. “Divertimento” nel senso innanzitutto di tempo speso in modo sperabilmente frivolo tra i cromati(ci)smi dell'umano-ridanciano, e però anche nel senso originario della parola, di allontanamento da una strada battuta e figuratamente in questo caso, di deliberato sabotaggio del navigatore satellitare del  condiviso e della propria bussola morale (moral compass); per inciso, ufficializzo così nell'articolo il mio personale invischiamento in una perdurante metafora errabondo-cartografica.
La prima domanda a questo punto è che razza di senso abbia una “guida” in un territorio di questo genere, in cui non esistono esami di abilitazione ad ostacolare l'ingresso di chi voglia farci un giretto libero e tranquillo; e difatti non ha alcun senso parlare di “guida”: non ho nessun patentino speciale di sherpa della musica delle parole della sensibilità e del “pelo sullo stomaco” del pubblico. Questo è il
primo punto di ordine “sistematico-metodologico” su cui essere chiari per non creare fraintendimenti.
Il territorio è fascinoso e perdercisi è bello, poche ciance, e nel corso del tempo per mia grande fortuna ho pure potuto ammantarlo di una veste scientifica più propria alla mia professione; di base però la stella polare in questa sede è quella di fare un breve tour scriteriato per guardare a ciò che soggettivamente trovo interessante, anche solo dandone un cenno, visto che magari talune cose non emergono subito dai risultati di un motore di ricerca: l'adozione della prima persona risponde a questa esigenza. Se poi qualcuno volesse dialogare un po' o fornire feedback suggerimenti d'ascolto e commenti, ne sarei ancora più entusiasta, visto che faccio volentieri lo studente e queste righe sono spunti ed appunti insieme. 

Musica parole e “divertimento”, allora. Che vuol dire? Come tre elementi chimici, sono “atomi” che possono congiungersi in molecole varie e complesse e le differenze e le particolarità nella struttura ne determinano la bellezza (anche se a scriverlo così si raggiunge un picco di tristezza raramente rilevato).

Il collegamento tra musica e parola è strettissimo: è lampante (ma sta pure scritto davvero ovunque) che la voce storicamente sia stato il primo strumento musicale; è uno strumento ad alto potenziale melodico, ed è uno strumento “individuale” da un punto di vista timbrico, il che permette agevolmente di distinguere uno strumentista dall'altro. Ad un tempo la voce è il primo strumento che ha consentito all'uomo di comunicare articolatamente, veicolando concetti più e meno complessi tramite la creazione e l'uso della lingua (delle lingue?): e questo ad ulteriore esaltazione delle possibilità di espressione dell'individuale. Inoltre, da un punto di vista scientifico (in cui non mi avventuro troppo per non rendermi oggetto di scherno) l'area del cervello in cui risiede l'abilità musicale coincide con quella di una sorta di scrigno di memoria linguistica che è distinto e separato dall'area più propriamente deputata alle abilità linguistiche: queste nozioni spoglie teniamole qui buone, un po' come la pistola di Cechov, e a chi abbia voglia di approfondire non posso che consigliare quantomeno l'ottimo Musicoterapia di Oliver Sacks.
Quanto all'elemento di spirito, banalmente è parte dell'umano sentire: è un po' un elemento accidentale in questo quadretto, visto che la volontà od il tentativo di divertire è proprio dell'indole e dell'individualità di un soggetto. Da un punto di vista sociologico non è senza interesse guardare pure al fatto che vi sia una certa tendenza al limitare la dignità artistica di quelle espressioni dell'umano che non abbiano un secondo fine educativo, o che comunque non ne abbiano uno appariscente: e con adolescenziale faciloneria, questo accade quando c'è una risata di mezzo. Proust scrisse, ragionando di letteratura, che un libro con la morale è un regalo con il cartellino del prezzo ancora attaccato: nel mio piccolissimo non posso che sottoscrivere. Trovo che la parola “arte” (nel senso di “ciò che è artistico”) oggidì porti con sé una certa controversa pesantezza: è un'etichetta che esprime un giudizio e ne impone la sottoscrizione al resto del mondo; personalmente allora preferisco evitare per quanto possibile la parola (un po' come “Falqui”) e limitarmi ad ammirare il futile che lotta e finge di essere immortale: ma del resto a ciascuno il suo. Ad ogni modo, la conseguenza diretta è che da un punto di vista storico non è proprio facilissimo rinvenire documenti veri e propri del genere, visto che la stampa di testi e partiture è per lo più lasciata nell'oscenità, dietro alle quinte, obliando le testimonianza.

Divagazioni a parte, a dispetto del titolo, il secondo caveat è che storicamente qui non ha posto l'humoresque vero e proprio per assenza di elemento verbale (almeno contestualmente alla nascita della musica: noto è il caso delle parole “sovrimpresse” nell'universo anglofono alla melodia dell'op. 101, n. 7 di Dvořák).

Sgombrato il campo dai discorsi preliminari, a riprova del fatto che sia un genere “strisciante” ovunque nello spazio e nel tempo, il primo contatto l'ho avuto proprio da piccolissimo tramite la musica popolare. Per la precisione si trattava di una canzone nel dialetto del mio angolo di meridione, Lu sciccareddu, in cui il cantante/narratore raccontava del suo asinello (da cui il titolo) scomparso: il triste episodio porta il cantante ad esaltare il ricordo della povera bestia e della sua “voce da tenore”, fino a quando il cantante, preda di un incontrollabile moto di affetto misto a disperazione, riproduce il “raglio tenorile” dello scomparso con effetto tragicomico (“Quannu cantava faciva…/ IH-OH, IH-OH, IH-OH!/ Sciccareddu de lu me cori/ Comu t'haiu 'a scurdari...”). Di quel primo episodio ho il vivissimo ricordo della sorella di mia nonna ridere fino alle lacrime.
Da allora almeno un altro paio di canzoni popolari regionali mi sono passate per le orecchie: una notissima, C'è la luna 'mmenzu 'o mari, parte integrante della sequenza iniziale de Il Padrino (il film “Parte I”, per intenderci) in cui la figlia di don Vito Corleone si sposa – e d'altronde, la canzone racconta di un consesso madre-figlia per la ricerca di un consorte idoneo; specularmente, l'altra è Quantu è laria la me zita, in cui il cantante espone con dovizia di dettagli la leggendaria bruttezza della propria fidanzata.
Più recente è stata la scoperta di una E poi mori, in cui il cantante augura ad uno sconosciuto destinatario di morire nei modi più vari ed immaginifici: da quel che mi è stato raccontato ancora negli anni Settanta-Ottanta universitari “emigranti” armati di chitarra usavano cantarla, per cui aveva una relativa diffusione (similmente a quello che secoli prima avvenne coi canti goliardici, di cui qualcosina si rinviene pure nei Carmina Burana, come In taberna quando sumus...).
In anni più recenti (approssimativamente siamo agli inizi degli Anni Novanta), sempre  dalle mie parti ho memoria di musicassette di Brigantony che circolavano con una certa segretezza tra gli studenti più grandi del sottoscritto, ossia quelli che frequentavano le scuole secondarie inferiori e superiori, e che in qualche modo confermavano la presenza di una scena locale/dialettale della canzone divertente, in questo caso di natura schiettamente goliardica: facile reperire materiale sulla rete, anche se immagino che il “fattore linguistico” possa essere una barriera per molti; meritano comunque almeno di essere nominate canzoni come A nonna è incinta (“La nonna è incinta”, che racconta dell'anziana donna e della “manifestazione addominale” della sua fame incontrollabile), 'U nannu jetta pirita (liberamente traducibile come “Il nonno spara peti”, su un anziano “ipno-petomane” con una passione per le lenticchie) e Amara cu si marita (“Povera è la sorte di chi si sposa”); assieme a queste, esistono alcune parodie dialettali di canzoni famose che invece avrebbero costituito repertorio fondamentale di altri cantanti del sud Italia come tale Mr. Max o il notissimo Leone di Lernia, che qui cito soltanto.

Sono piuttosto sicuro comunque che le tradizioni locali un po' ovunque offrano i loro esempi, ed anzi sarei grato a quelle anime pie che volessero indicarmi qualche esemplare a loro noto per pura curiosità etnomusicologico: rovistando un po' tra il pochissimo che ho delle registrazioni di Diego Carpitella, Alan Lomax e compagnia bella non ho trovato nulla di significativo in relazione alla particolare angolazione che qui mi sono riproposto.

Di diffusione molto più ampia, voglio ricordare in questa sede quello che per me è il geniale Renato Carosone: legato spesso linguisticamente al territorio ma musicalmente “poliglotta” (è un errore definirlo “locale” in senso stretto), ha dato impulso alla diffusione dello swing in Italia unendo spesso nel suo creolo una sana ironia dei costumi post-bellici; nella sua carriera è stato a lungo affiancato peraltro da Gegè di Giacomo, grande batterista ed all'occasione cantante, nonché importante legame colla canzone tradizionale: suo nonno era difatti il famosissimo Salvatore di Giacomo (per inciso, chi può cerchi e guardi qualche reperto video di Gegè online: è iconicamente ilare). Tu vuo' fa' l'americano è l'esempio più noto del canzoniere di Carosone, in cui si ridicolizza l'americanismo a tutti i costi di un “paisa'”. In un parallelismo tematico, con toni ovviamente diversi, vengono alla mente Erri De Luca che a distanza di anni avrebbero raccontato dell'americanizzazione del porto di Napoli, e in ambito musicale Pino Daniele e i mostruosi Napoli Centrale di James Senese, nelle cui canzoni si mastica lo smarrimento e la voglia di riappropriarsi di una identità territoriale: paradossalmente, due casi su tre fra quelli appena menzionati sono emblematici anche a causa del “sangue misto” nelle vene. Tornando a Renato Carosone comunque, il vivere con addosso una sudditanza psicologica per le mode culturali torna in Torero, Tre numeri al lotto, Caravan Petrol e 'A casciaforte (che è in realtà un brano non originale) paiono prendere spunto dalla voglia di lasciarsi alle spalle la povertà ma con presupposti clowneschi eppure italianissimi (rispettivamente dei numeri apparsi in sogno da giocare al lotto – ergo vincita assicurata, partecipare da sprovveduti alla corsa al petrolio e comprare una cassaforte per metterci cose di poco valore e dei portafortuna: “'na zampa 'e cuniglio, 'nu corno 'e corallo ed il becco di un pappagallo che aggio perduto nel Ventritrè”). Pigliate 'na pastiglia, poi, che aggiunge pure un elemento di gioco linguistico approfittando del complesso linguaggio chimico-farmaceutico; peraltro in racconti di seconda mano che ho, quest'ultima canzone veniva pure usata come arma impropria dalle mie parti per prendersi gioco di soggetti particolarmente irascibili, specie vicini di casa, alzando il volume della radio quando la canzone veniva trasmessa!

Sempre a proposito di questa base “locale” e di legame con la musica tradizionale (italiana) non vorrei mancare di citare il napoletanissimo Federico Salvatore, che a metà degli anni Novanta ebbe un certo successo diffuso (lo ricordo distintamente ospite al Festivalbar e al Maurizio Costanzo Show) con gli album 'Azz ed Il mago di 'Azz: per qualche motivo di quest'ultimo avevo acquistato l'audiocassetta alla prima occasione utile, felice come una pasqua. La memoria trattiene ancora molto bene i testi, di grande fantasia e con un gusto per il gioco di parole e la citazione (tra i tanti brani, Incidente in Paradiso e I figli di vacca Carla spiccavano); questo fatto, assieme alle situazioni conflittuali che con frequenza si presentano nel repertorio dell'artista, in primis lo “scontro culturale” Nord-Sud, avevano ed hanno il potere di farmi ridere a vent'anni di distanza. Anche se oggi a ricordarlo sono in pochi e col tempo una certa serietà che una volta era soltanto latente nella sua produzione (come la “serie” di Ninna nanna) si è manifestata con chiarezza, è facile trovare in giro per la rete le canzoni di Federico Salvatore: ascoltandole, un pregio che spesso le separa nettamente dalla stragrande maggioranza dei cantanti locali del Sud è una certa cura per la componente musicale e strumentale, in cui non si respirano discoteche anni '90 e tastiere tuttofare.

Cosa in qualche modo significativa è che nel momento in cui ho iniziato a scrivere, il pensiero si è rivolto alla musica sacra: nello specifico, ricordo che il mio manuale di musica di scuola media spiegava che la Riforma di Martin Lutero non si limitò a tradurre la Bibbia in tedesco nel tentativo di coinvolgere il popolo nella vita religiosa: affiancò difatti alla musica religiosa esistente (il canto monodico gregoriano) melodie o testi rielaborati da canzoni profane e talvolta oscene, dando evidenza per l'occasione alla necessaria matrice biblica. Di questo però ho rinvenuto in primissima battuta evidenze molto prossime allo zero: le alternative sono che quel libro raccontasse balle/esagerasse o che trovare testi e melodie della musica profana del XV e XVI secolo sia piuttosto difficile; in questo piccolo lavoro di ricerca sono stato successivamente soccorso da alcuni simpatici volumi (La Musica, G.M. GATTI, a cura di A. BASSO, ed. UTET, 1966) in cui viene dato spazio a taluni componimenti liturgici derivati dalla musica profana, precisando che «il fenomeno, che del resto [...] riguarda il costume compositivo dell'epoca, è chiaramente documentato dalla presenza nel solo XVI secolo, di ben 174 contraffatture (contro le 42 che si possono contare nel Kirchenlied cattolico)» [1] . Mentre rimpiango amaramente di non aver mai imparato il tedesco, pare che già nel XVI sarebbero state scritte tre raccolte in tema di rielaborazioni dei lieder liturgici, una delle quali del 1571 di tale Heinrich Knaust (Knaustinus), Gassenhawer, Reuter vnd Berglidlein Christlich moraliter vnnd sittlich verendert (che più o meno credo dovrebbe essere tradotto come “Canzoni dei bassifondi, di cavalieri e montanari trasformate in canzoni morali cristiane e virtuose”). Giusto per colorare un po' la figura di Knaust, ha studiato a Wittenberg sotto lo stesso Lutero e tra le sue altre opere conta pure un manuale sulla fermentazione della birra: insomma, un simpaticone (a proposito, a questo punto se qualcuno conosce il tedesco e ha tempo e voglia di aiutare, lo accolgo a braccia aperte) [2]

Sono incline a pensare allora che la verità si trovi in qualche modo nel mezzo, anche perché storicamente ci si trova all'alba della stampa – ed il primo libro stampato da Gutenberg fu proprio la Bibbia – e comunque fino a quel momento almeno la riproduzione della cultura era sotto l'occhio vigile di chi era capace di di discernere il “meritevole dal resto”: in mezzo, la gimcana prevedeva indici di libri proibiti, bolle di scomunica ed esclusione/discredito sociale, così che censura ed autocensura si stringevano calorosamente la mano; manco a dirlo poi, la possibilità di registrare e riprodurre suoni era a quattro secoli di distanza. Quale che sia il caso, oggi restano testi e melodie dei canti religiosi (www.lieder.net è ad esempio una raccolta di vastissima portata comprensiva di riadattamenti di lieder) ma nulla di comparabile si trova guardando ai canti profani, specie di quelli più vicini allo spirito di questo articoletto.

È manifesto che storicamente non è stato riconosciuto nulla di “meritevole”, di costruttivo, in queste canzoni. È semmai l'elemento distruttivo quello centrale: sono miniature naturalissime e spesso impietose dell'umano. Per qualche motivo però componimenti del genere rendono leggeri gli ascoltatori, forse nella consapevolezza di una comune natura umana che nel quotidiano va tenuta a bada. Quel “motivo di leggerezza” io lo chiamo “contesto” - anche se alle volte è più un “sotteso” - e credo che sia la parte che davvero più sfugge alle definizioni: può trattarsi del tono della voce, di esagerazioni che raggiungono l'innaturale, o comunque di qualunque stratagemma creativo che possa essere percepito dall'orecchio interiore dall'uditorio.


Note:

 [1]          Nel testo citato in narrativa si fa espressa menzione delle seguenti melodie contraffatte: Vom Himmel hoch da komm hich her (1535), derivante da un Rätsellied popolare, Aus fremdem Landen komm hich her; Ich armer Sünder klag mein lied di P. Speratus, derivante da  Ich armes Maidlein klag mich sehr; O Welt ich muss dich lassen di J. Hesse, derivante da O Innsbruck  ich muss dich lassen di H. Isaac; Von Gott will ich nicht lassen derivante da Einmal thät ich spazieren; Herzlich thut mich verlangen derivante da Mein Gmüt ist mir verwirret di H.L. Lasser (1601); In dir ist Freude derivante dal balletto L'innamorato di G.G. Gastoldi.

[2]          In tema ho rinvenuto anche il libro Musical Myths and facts di Carl Engel, pubblicato a Londra nel 1876, in cui si fa un breve ma paradigmatico excursus della musica delle religioni cristiane post-Riforma: l'avvicinamento del popolo alla religione tramite la musica secolare, o tramite la secolarizzazione della musica religiosa, ha una portata ampia nel tempo e nello spazio.