STEVE McCURRY: OLTRE LO SGUARDO - A cura di Pamela Proietti



Se vi capitasse di chiedervi cosa accade quando un grande fotografo s’innamora di un santuario del cinema come Cinecittà, forse dovreste affrettarvi perché una risposta c’è, ma solo fino al 20 settembre. È a Roma, presso il Teatro 1, il luogo scelto da Steve McCurry per l’esposizione di una personale con 150 scatti tra inediti e vecchie glorie. Una mostra che racchiude diversi aspetti artistici poiché unisce l’essenza di McCurry, curata da Biba Giacchetti, all’allestimento surreale, opera di Peter Bottazzi.
Percorrendo il viale tra le statue e gli edifici che ospitano importanti set protagonisti di Cinecittàsimostra (rassegna dedicata al cinema e alla storia di Cinecittà) si arriva al Teatro 1, dove ad ogni visitatore è fornita un’audioguida per ascoltare, dalla voce dello stesso McCurry, gli aneddoti più stravaganti legati ad alcuni suoi scatti.
All’interno del Teatro è buio. Il tempo di abituare gli occhi alla penombra e ci si ritrova in un luogo dove la forza di gravità sembra aver perso il suo potere. Siamo sospesi — questa è la sensazione — come sono sospese, a diverse altezze, le opere del fotografo.
In realtà si tratta di pareti composte da veli, che danno all’osservatore l’impressione che ci siano più dimensioni tutte nello stesso spazio. L’effetto è travolgente. I veli creano piccole stanze trasparenti conducendoci in un labirinto le cui vie sono i paesi dove McCurry ha lavorato: l’India, la Birmania, l’Africa, l’Afghanistan, il Giappone, l’America, l’Italia e molti altri — una sovrapposizione tra diverse culture, tra eventi che hanno fatto la storia e ritratti che la storia ce l’hanno impressa negli occhi, sulla pelle, nelle loro azioni quotidiane.

Ci troveremo di fronte all’orrore dell’11 settembre mentre dei monaci cambogiani s’incamminano ad Angkor Wat e delle donne afgane, che indossano il burqa, sono ferme ad ammirare le scarpe presso un banco del mercato.
Ci coglierà lo stupore osservando l’equivoco suscitato nello scatto Two Kara women, dove sono ritratte due cameriere di un bar caffetteria.
Ci imbatteremo in una mamma che dorme placida col suo bambino su un’amaca mentre un pericoloso serpente attraversa il pavimento, e scopriremo che non c’è tensione nella fotografia, poiché si tratta del serpente che vive con la famiglia.
E ancora, riconosceremo il premio nobel per la pace Myanmar Suu Kyi ma sarà l’inquietudine a farsi largo nei nostri occhi quando la vista catturerà sullo sfondo un bambino che si punta una pistola giocattolo alla tempia.
Ritroveremo il ritratto della famosa ragazza afgana, pubblicata sulla copertina di National Geographic, che divenne la foto più riconosciuta nella storia della rivista.
E poi un soldato che sbircia tra le crepe del muro di Berlino; bambini che giocano con un vecchio carro armato in Libano; e tanti altri viaggi, e tante altre vite.
Infine, ci fermeremo di fronte ad una vecchia, fotografata mentre cammina piegata con il suo bastone, e resteremo immobili, attoniti e con un certo disincanto mentre la voce di McCurry ci racconterà la sua storia: “Stavo camminando lungo la strada a Vrindavan quando la vidi. Seguii questa vecchia donna lungo la strada, e dopo pochi minuti, lei notò che ero dietro di lei. Vrindavan, in India, è la città delle vedove. Dopo la morte dei mariti, loro vengono spesso evitate dalla famiglia e dai membri della comunità che le vedono come un peso sulle limitate risorse. Non possono risposarsi, e camminare nella loro ombra è considerata sfortuna. Ostracizzate dalla società, migliaia di vedove indiane vanno nella città santa in attesa di morire. Il mio traduttore le spiegò che ero affascinato da lei e le chiese dove stesse andando. Lei ci raccontò che era diventata vedova quando aveva solo quattordici anni, e faceva poche rupie pregando per gli altri. Anche se non aveva niente, ci invitò per il tè. Aveva un meraviglioso senso dell’umorismo e ci fece sentire a casa. Fui toccato dalla sua gioia e dal modo in cui aveva affrontato la sua infermità. Aveva uno spirito meraviglioso e neanche un briciolo di autocommiserazione. Io non riesco a guardare la sua foto senza provare una profonda ammirazione. La magia di questa immagine è la sua ambiguità. La donna è anonima, ma incarna tutti coloro che affrontano le sfide con una profonda volontà di superarle.”

La vita del fotografo si mescola a quella delle persone ritratte ed il suo lavoro ci offre, attraverso i luoghi e la storia, tutta l’umanità catturandone gli aspetti più complessi e contrastanti. La mostra è accompagnata da alcuni video in cui Steve McCurry racconta i suoi viaggi, il suo modo di concepire la fotografia, la sua esperienza di vita, arricchendo questo percorso che affascinerà appassionati d’arte e profani.

Dunque, se qualcuno di voi si chiedesse cosa accade quando un grande fotografo s’innamora della città del cinema, che si affretti! Dopo, anche la sua vita sarà parte di quell’universo di emozioni.


  


Fotografie e traduzione del racconto di Steve McCurry di Pamela Proietti






http://www.mostrastevemccurry.it/