Harold Hart Crane: 8 traduzioni inedite da The collected poems of Hart Crane - A cura di Marco Bartoli





Giù nel fondo a cinque tese,
Sta tuo padre e le sue ossa
Son corallo diventate;
Ora perle sono gli occhi:
Non svanisce di lui nulla
Ma dal mare vien mutato
In qual di prezioso e strano.
E le Ondine ognor rintoccan –
Senti! – Il lor funebre din-don








Harold Hart Crane, poeta statunitense. Nato a Garretsville in Ohio, si trasferisce a New York dopo il divorzio dei genitori nel 1917. Passa gli anni successivi vivendo tra questa città e Cleveland, dove lavora saltuariamente nella fabbrica del padre. Il resto dei suoi guadagni gli viene dall’attività sporadica di copywriter pubblicitario.
Nel 1926 pubblica la prima antologia lirica White buildings, raccolta conclusa dal visionario poema Voyages. Le liriche uniscono elementi simbolisti all’utilizzo del nascente linguaggio modernista, di cui trova ispirazione nell’opera di Eliot. Proprio in reazione alle Waste Land eliotiane inizia a scrivere il poema The Bridge, dedicato alla costruzione del ponte di Brooklyn, per il quale ottiene un finanziamento da parte del mecenate Otto Kahn. Per meglio lavorare all’opera si trasferisce a Parigi, dove resta fino il 1929.
Il poema concluso ottiene però una pessima ricezione, mandando in fumo l’opera alla quale Harold aveva dedicato la maggior parte dei suoi sforzi coscienti. Fin dal 1920, in seguito allo stile di vita instabile e alla sua promiscuità sessuale e sentimentale il poeta era sprofondato nell’alcolismo.
Per riprendersi dalla delusione del fallimento artistico nel 1931–32 Hart Crane accetta un patrocinio della fondazione Guggenheim che gli permette di vivere in Messico. Questo non lo aiuta a superare i suoi problemi di alcolismo e anzi si intensificano gli atteggiamenti maniaco depressivi di cui aveva sempre sofferto. Il 27 aprile 1932, mentre è in viaggio di ritorno verso New York, via nave, si suicida gettandosi in mare. Il mare è un simbolo portante di tutta la sua poesia.


Harold Hart Crane: 8 traduzioni inedite da The collected poems of Hart Crane - liveright publishing corporation, 1946.
Il primo testo, At Melville's Tomb, è tratto da White buildings.
Key West e Shakespeare da Key West.
Il resto, pubblicazioni postume, non pubblicate in vita.






Alla tomba di Melville

Spesso sotto le onde, lontano da questo scoglio
I dadi delle ossa di uomini annegati vide trasmettere
Un messaggio. I loro numeri mentre guardava,
Sbattevano sulla costa polverosa ed erano oscurati.

E naufragi passavano senza suono di campane,
Il calice della taglia di morte restituendo,
Un capitolo sparpagliato, un geroglifico livido,
La ferita del portento tra corridoi di conchiglie.

Allora nel calmo giro di una enorme bobina,
La sua incazzatura deliziata e il rancore riconciliato,
Ci furono occhi congelati che innalzarono altari;
E risposte silenziose crepitarono tra le stelle.

Bussole, quadranti e sestanti non scovarono
Più lontane maree… Alto nell’azzurro infuso
La monodia non dovrà svegliare il marinaio.
Quest’ombra favolosa che solo il mare trattiene.


Key West

Here has my salient faith annealed me.
Out of the valley, past the ample crib
To skies impartial, that do not disown me
Nor claim me, either, by Adam's spine - nor rib.

The oar plash, and the meteorite's white arch
Concur with wrist and bicep. In the moon
That now has sunk I strike a single march
To heaven or hades - to an equally frugal noon.

Because these millions reap a dead conclusion
Need I presume the same fruit of my bone
As draws them towards a doubly mocked confusion
Of apish nightmares into steel-strung stone?

0, steel and stone! But gold was, scarcity before.
And here is water, and a little wind…
There is no breath of friends and no more shore
Where gold has not been sold and conscience tinned

Key West

Qua la mia montante fiducia mi ha temprato.
Fuori la valle, oltre la spaziosa capanna
Verso cieli imparziali, che non mi rinnegano
Non mi esigono, neppure, per la spina di Adamo – né la costola.

Lo sciabordio del remo, e la parabola bianca del meteorite
Coincidono con polso e bicipite. Nella luna
Che ora è affondata canto una semplice marcia
Verso il paradiso o gli inferi – ad un apogeo ugualmente scarno.

Perché questi milioni raccolgono una conclusione morta
Necessitano suppongo lo stesso frutto del mio scheletro
Come li attrae verso una confusione doppiamente beffeggiata
Di incubi scimmieschi nella pietra battuta dal metallo?

O! pietra e metallo. Ma fu l’oro, povertà prima.
E qua c’è acqua, e un venticello…
Non c’è respiro di amici e più nessuna spiaggia
Dove l’oro non sia stato venduto e la coscienza inscatolata.





A Shakespeare 

Attraverso torridi ingressi, passati gelidi poli 
una mano si muove sopra la pagina! Chi tenterà di nuovo 
incesellare perigli simili a quelli che tu puoi controllare – 
contrastante, risoluto e tuttavia ostentatamente vano 
di tutti i nostri giorni, essendone pilota, – e tempeste! 
Carte che deridono la brama e frammenti che scarabocchiano l’odio 
sono tolti di peso dalla carne straziata con umano dolore, 
e risate, brunite più lucenti dei nostri destini, 
hai brandito con tali lacrime che ogni partito 
impreca ad alta voce nella gola d’Amleto, e diavoli fanno ressa 
dove gli angeli pregano per la rovina in orrendi svaghi 
e cadono, entrambi! E tuttavia il tuo Ariel tiene la sua canzone: 
e la serenità che Prospero guadagna è giustizia che ha vanito le sue catene terrestri



A traveler born

Of sailors - those two Corsicans at Marseille, The
Dane at Paris, and those weeks of May
With distance, lizard-like, green as Pernot…
This Connecticut rain, its smashing fall, its wet inferno-

Enforces memory - prison, perfume of women, and the fountain-
Oh, final apple-math of ripe night fallen!
Concluding handclasp, cider, summer swollen,
Folds, and is folden in the echoing mountain…
Yields and is shielded, wrapt in traffic flame.


Un viaggiatore nato

Di marinai – quei due corsi a Marsiglia, –
Il danese a Parigi, e quelle settimane di maggio
Con la distanza, rettile, verde come il Pernot…
Questa pioggia del Connecticut, la sua scrosciante caduta, il suo inferno umido –

Rinsalda la memoria – prigione, profumo di donne, e la fontana –
Oh, ultimo frutto-matematica della cadente notte matura.
Conclusiva stretta di mano, sidro, enfatizzato dall’estate,
Ripiega, ed è ripiegato nelle montagne echeggianti…
Si arrende ed è protetto, avvolto nella fiamma del traffico.



Enrich my resignation


Enrich my resignation as I usurp those far
Feints of control- hear rifles blown out on the stag
Below the aeroplane - and see the fox's brush
Whisk silently beneath the red hill's crag,
Extinction stirred on either side
Because love wonders, keeps a certain mirth.-

Die, oh, centuries, die, as Dionysus said,
Yet live in all my resignation.
It is the moment, now, when all
The heartstrings spring, unlaced,
Here is the peace of the fathers.

Arricchisci la mia rassegnazione

Arricchisci la mia rassegnazione così come io usurpo queste lontane
Finzioni di controllo – ascolta i fucili esplodere sul cervo 
Sotto l’areoplano – e guarda la coda della volpe
Scopare silenziosa sotto il dirupo della collina d’argilla, 
Estinzione sparsa in ogni direzione, 
Perché l’amore meraviglia, mantiene una certa gaiezza. –

Morite, o, secoli, morite, come disse Dioniso, 
Ma vivete in tutta la mia rassegnazione. 
È questo il momento, ora, quando tutte
Le corde del cuore scattano, liberate – 
Qua è la pace dei padri.































Rosa dell’Havana

Sgomberiamo il campo per l’azione, ora abbiamo una casa in Messico… quella notte a Veracruz – realmente per me “la Vera Croce” – ricordiamo il dottore e i miei pensieri, le mie umili affezionate rimembranze del grande batteriologo… Il vento, quella notte, il rumore di persiane incessanti, porte, e il vigilante tacchettando le gallerie di patio in successione, trascinandosi con la tipica pistola, cercando di smorzare le porte; e il balenio del faro – il suo sventolato battito di mezzanotte, la sua lattiginosa regolarità sopra il mio scomparto doccia attraverso la patetica finestra polverosa; Cortez – Cortez – il suo palazzo in rovina sulla piazza; il tifo in una trappola, la trappola per topi del dottore. Dove? Da qualche parte a Veracruz – per prendere – portare – miscelare – ricattare – dedurre – curare…

I ratti giravano attorno la rosa (nella culla di vimini del loro scantinato). Il dottore teoricamente dormiva, teoricamente nella n°.35 – così nei miei insonni orologi almeno – il faro balenava… vorticava… rallentava, e colpiva – ancora e ancora. Solo i maya dormivano con sicurezza – i cui riferimenti al tifo e le loro note avevano spinto il dottore vicino a vette metafisiche ancora più che tifoidee, e lo avevano impegnato già una volta in precedenza aldilà della morte e nuovamente indietro – volontà ostili – nell’immunità. Tatto, equitazione, coraggio erano per lui germicidi…

I poeti possono non essere dottori, ma i dottori sono poeti unici quando le rose saltano come ratti – e anche, quando i ratti fanno rosati beccucci di morte rosa attorno i denti bianchi… 

E durante il dopocena a La Diana il dottore disse – americano anche lui – “Non puoi dare retta alla negatività, e proseguire verso una rovina immeritata… perciò devi scioglierti nella maestria di un modello che puoi concepire, a cui puoi prostrarti – attraverso il quale puoi vincere e ottenere la maestria e la felicità che sono tue dalla nascita.”



The return


The sea raised up a campanile… The wind I heard
Of brine partaking, whirling spout in shower
Of column kiss - that breakers spouted, sheared
Back into bosom - me - her, into natal power…

Il ritorno


Il mare ha eretto un campanile… Il vento ho ascoltato
Unirsi al mare, vorticante getto in cascata 
Di un bacio incolonnato – quel guastatore spezzato, gettato
Indietro nel boccio – io – lei, nel potere natale…