Tom Lehrer, un po' di New York - A cura di Gaetano Lisciandra


Tappa terza del viaggio, e si resta perlopiù negli Stati Uniti ma andando a pescare materiale d'ascolto un filo più indietro nel tempo della scorsa volta.
Breve introduzione doverosa - gli anni Venti e Trenta sono quelli in cui il grande calderone del canzoniere americano infine bolle e produce il minestrone da cui attingerà e con cui si confronterà la musica popolare e non negli anni a seguire: troviamo [1] Gershwin e Cole Porter innanzitutto, e la tradizione del blues e del jazz nelle sue mille varianti ed evoluzioni. Mi limito a questi due mondi tra l'altro ben più comunicanti visto che se da una parte il jazz influenzava i compositori, l'epoca d'oro di Broadway consegnava a piene mani temi e strutture a musicisti che erano grandi interpreti ed improvvisatori; tra l'altro l'influenza e la portata di questo calderone si estende molto al di là di questo periodo e di questi dialetti musicali, direttamente ed indirettamente: ad esempio, nelle classifiche musicali il rock'n'roll delle origini viveva sotto allo stesso tetto della musica Country and western in cui viveva anche il Western Swing, stile così ibrido che si distingue dallo swing delle big band perlopiù dalla presenza dei cappelli da cowboy sulle teste dei musicisti. 

È un periodo di impollinazione che merita davvero di non essere dimenticato e che trova a New York il suo naturale crocevia: per decenni porto della speranza dell'America land of opportunities, capitale finanziaria degli Stati Uniti, luogo di intrattenimento e sublimazione, e di conseguenza anche di immigrazione interna ed estera dei creativi, ed ancora città universitaria. Seppure epicentro della crisi del '29, New York non perderà il suo ruolo di approdo: si pensi che la comunità ebraica era numerosa già da molto prima della Seconda Guerra Mondiale - l'antisemitismo nasce molto prima di Hitler, e gli annali storici sono un susseguirsi di discriminazioni ai danni di una etnia o di una comunità – e ovviamente la libertà religiosa americana è una calamita per chi ha la possibilità di fuggire [1]

Il perché di tutto questo è presto detto: il minestrone degli Anni Venti e Trenta viene digerito compiutamente e si integra nella cultura negli anni che seguono, e i palchi dei club diventano territorio creolo di musica, idee ed umorismo. L'uomo nuovo della risata negli anni Cinquanta era Lenny Bruce, di origine ebraica: i paragoni tra improvvisazione nell'arte comica ed improvvisazione musicale si sono sprecati con lui e dopo di lui. In quella stessa New York muove i suoi primi passi Woody Allen, anche lui ebreo, appassionato di jazz e clarinettista, campione della Grande Mela; ed è pure la stessa New York di Mel Brooks, ebreo, che prima di fare della comicità la sua carriera era pianista e batterista; e di Stanley Kubrick, che qui va ricordato per il suo Dottor Stranamore, ebreo anche lui e batterista. Prima di loro cito almeno Henny Youngman, ebreo, violinista e “re degli one-liners[2] tanto da aver inaugurato il servizio Dial-A-Joke.

Voglio dire, empiricamente esiste una linea sottile tra un certo tipo di musica e la risata – entrambe sono risposte, reazioni alla condizione umana, il prodotto di tutto quello che è l'uomo nel bene e nel male. 

Tom Lehrer è un giovane matematico americano di origine ebrea con alle spalle una prestigiosa laurea ad Harvard e davanti un avvenire piuttosto luminoso, considerate le profittevoli ricerche nel suo campo scientifico: un po' come l'originale Unabomber, anche lui è un accademico ed è a tutti gli effetti un “insospettabile” (come i giornali di cronaca farebbero dire ai vicini di casa, «Salutava sempre...»). 

Tom Lehrer suona il pianoforte, conosce bene il Grande Canzoniere Americano, ha ascoltato e studiato la musica classica, conosce l'arte del cantautorato e soprattutto comprende i meccanismi della risata: diventa una piccola leggenda già ad Harvard con le sue prime canzoni incise nel 1953. Da questo momento la sua parentesi musicale durerà una dozzina d'anni pressappoco, per poi tornare a dedicarsi totalmente alla matematica ed all'insegnamento, che del resto mai aveva davvero abbandonato, e sparire (quasi) del tutto dal mondo dello spettacolo. Del resto, lui stesso dirà in uno dei suoi concerti che verrà consegnato alla storia innanzitutto per il riuscitissimo progetto scientifico con cui ha allungato oltre ogni limite precedente la durata della propria adolescenza. 

A differenza dei fratelli Flemion a cui abbiamo dato uno sguardo il mese scorso, in possesso della violenza comica di un berserker, Tom Lehrer usa il guanto di velluto per rendere decorose agli occhi della Pubblica Autorità le sue canzoni: non va dimenticato che ci troviamo in quegli stessi anni ipocriti che avrebbero tolto la vita a Lenny Bruce esasperandolo nonostante il Primo Emendamento alla Costituzione americana. 

Nella produzione di Tom Lehrer non c'è traccia di turpiloquio o turbolenza - il registro è totalmente differente ma l'arma resta potente, corrosiva e furbissima: un enorme sorriso sornione che osserva tutto attentamente e porta alle estreme conseguenze con logica rigorosa qualunque premessa. Quale che sia il soggetto coinvolto, il nostro lo processa razionalmente con cognizione di causa e riesce a parlare e a far ridere di qualunque argomento (dal plagio nella ricerca scientifica alla necrofilia, passando per l'Edipo Re) sfruttando ironia, autoironia e sarcasmo. La manciata di canzoni scritte nel corso degli anni è limata alla perfezione, così come gli intermezzi di presentazione tra un brano e l'altro, anch'essi frutto di un lavoro di cesello: nel complesso musica e parola sono un fluire unico, inseparabile, in cui l'uno si nutre dell'altro; e se improvvisazione c'era mai stata, sono dell'idea che questa si sia cristallizzata man mano che si sia raggiunta una sorta di imperfettibile stabilità. Godibilissimo a distanza di più di cinquant'anni, con ogni parola il Lehrer pianta pure semi di riflessione nella sua Opera. A pensarci, la circostanza è pure allarmante: emerge anche da qui quanto poco sia cambiato nel grande schema delle cose nonostante il tempo trascorso. 

Troviamo così già qui l'esigenza di rinnovamento della Chiesa Cattolica e il marketing del prodotto-religione in The Vatican Rag: a ridosso del Concilio Vaticano II e della Messa non più celebrata soltanto in latino, Tom Lehrer trova “nuove soluzioni” per modernizzare la Chiesa; in New Math ad essere presa di mira è l'educazione scolastica (e non) delle nuove generazioni: allo stesso modo in cui negli ultimi anni non si tiene conto dei punti nelle competizioni fra giovanissimi, qui si celebra la svolta epocale in matematica del “non è importante il risultato ma il procedimento”; o ancora, National Brotherhood Week in cui viene tolto il velo all'ipocrisia celata dallo spirito di fratellanza del melting pot americano (ma il discorso è ovviamente molto più ampio) in cui il pregiudizio è l'unica cosa che accomuna tutti, e questo negli anni del dottor King e di Malcolm X; oppure It Only Makes You Proud to Be A Soldier ed il breve campionario di umanità che compone l'esercito, l'unica vera istituzione democratica americana in cui non esistono discriminazioni all'ingresso. Non manca nemmeno un ampio campionario di canzoni “d'amore”, fra cui spiccano She's My Girl, When You Are Old And Gray e I Hold Your Hand in Mine, ognuna un piccolo quadro di vita e musicale. 

Segnalo pure l'aristocratico e leggerissimo esperimento di Clementine in cui la famosa canzone popolare americana viene “riscritta” nei più vari stili, finendo per essere una sorta di compendio della musica occidentale; e la protesta alla moda delle canzoni di protesta di The Folk Song Army, cantata con l'accompagnamento della sua “chitarra a 88 corde”. 

Una curiosità verso cui voglio puntare l'indice è l'introduzione di “Tom Lehrer Revisited”, del 1960, in cui raccontandosi più o meno fittiziamente, il nostro matematico cantautore dice di essere al lavoro su una commedia musicale incentrata sulla vita di Hitler: qualche anno dopo, nel 1968, Mel Brooks diresse The Producers, incentrato sull'idea del musical sul Terzo Reich (!) ed all'epoca giudicato “visione sconsigliata” da parte del Governo Britannico: fu l'intervento di Peter Sellers che diede rilievo (e sollievo) alla pellicola evidenziandone pubblicamente il carattere satirico, comprando per lo scopo pure spazi sulla stampa – Peter Sellers, che nel 1968 era già un divo e che qualche anno prima era stato il protagonista di Dr. Strangelove ed era comparso in What's new, Pussycat, prima sceneggiatura di Woody Allen. Non so se tutto questo sia o meno una coincidenza però, viste le premesse che hanno introdotto questo articoletto, mi piace pensare che tutto sia in qualche modo collegato. 

Inoltre, sempre per far quadrare il cerchio, siamo partiti da Broadway e (quasi) a Broadway ritorniamo: difatti nei primi anni Ottanta a partire dalle canzoni di Tom Lehrer è stata creata un'opera di rivista, Tom Foolery, una sorta di musical con sketch che aveva riproposto sotto una nuova veste il repertorio del nostro autore. 

Come sempre il consiglio è quello di ascoltare per sé: oggi è possibile trovare esilaranti scampoli di registrazioni d'epoca nei provider di hosting video, e meritano davvero il tempo di essere viste ascoltate e ricordate come un documento preziosissimo.


Note:



[1]    Per chi volesse approfondire, un ottimo punto di partenza è il documentario recentissimo Misery Loves Comedy di Kevin Pollak che nasce dall'interrogativo fondamentale se sia la tragedia a far nascere in un Autore comico la spinta o la necessità di far ridere.

[2]    Così vengono definiti i comici che anziché proporre monologhi strutturati saltano di battuta in battuta senza che vi sia necessariamente un filo conduttore tra le stesse.