Lorenzo Reina, il pastore che scolpì la poesia - A cura di Pamela Proietti



Seduto se ne stava 
e silenzioso 
stretto a tenaglia 
tra il cielo e la terra 
e gli occhi vuoti 
fissi nell’abisso. 


da Amore Non Ne Avremo
Poesie e Immagini di Peppino Impastato 
(Navarra Editore)



Lorenzo Reina mi parla di libri, del suo amore per la lettura, della poesia di Peppino Impastato, e la mente corre permettendomi di vederlo immerso fra le sue montagne, esattamente tra cielo e terra, durante la transumanza mentre silenzioso scolpisce le sue opere. Ma gli occhi di Lorenzo Reina sono tutt’altro che vuoti poiché è in quello sguardo che si scorge la forza dell’arte.
Questo è un viaggio. Un viaggio intrapreso alla ricerca di un teatro costruito a mille metri d’altezza da un uomo che alleva asini e scolpisce la pietra. La storia è raccontata dalla sua stessa voce:

È la terra di mio padre, la terra dove ho seguito le sue orme di pastore. Ho sempre avuto una passione per la scultura e mi ci sono dedicato sin da piccolo, ma fu solo quando presi in mano le redini dell’azienda famigliare che decisi di unire le due cose creando così la fattoria didattica, il museo e il Teatro Andromeda realizzando il mio più grande sogno.

In effetti sembra di entrare in un gran bel sogno quando, arrivati alla fine di una strada sterrata, ci si trova di fronte a questo spettacolo che lascia senza parole. 
C’è una piccola montagna di fieno ammassata vicino a un carretto, un pozzo di quelli che siamo abituati a vedere nei libri delle favole, e una costruzione dallo stile arabo che ospita una campana. Avvicinandosi alla casa ci si rende conto che in realtà si tratta del vecchio ovile ristrutturato per ospitare e ristorare le persone dopo lo spettacolo. Ci sono quadri alle pareti (opere in esposizione di Giuseppe Alletto) e lunghi tavoli di legno; ci sono lanterne, e un focolare domestico che ti fa sentire quanta accoglienza può esserci nelle cose semplici. 

Rocca Reina si raggiunge avventurandosi sui monti sicani, passando per S. Stefano di Quisquina in provincia di Agrigento. È una fattoria didattica, un laboratorio d’arte, un museo, un teatro, un ovile. 
La fattoria didattica nasce dall’amore per la condivisione. Lorenzo Reina si dedica all’agricoltura biologica e all’allevamento di settanta asine. Le scolaresche in visita possono apprendere come si fa il pane e il formaggio utilizzando i metodi di una volta e possono sperimentare le pratiche di onoterapia. Ci sono diversi percorsi relativi alle scuole: Vieni in Somaria, Vivi la Natura, Il Ciclo del Pane, Vivi l’Arte e Vivi il Teatro.

Seguendo il sentiero che Lorenzo mi indica per arrivare al teatro mi trovo a camminare nel mezzo di frutteti, vigne, uliveti ed un piccolo spazio per le erbe officinali. Qui e là, tra le sterpaglie, emergono sculture, e l’effetto di simbiosi con la natura è reso ancora più forte dalla loro collocazione — come fossero parte della terra. 

Il teatro si trova proprio in cima ad un’altura. A picco sullo strapiombo, il muro di pietra viva lo circonda e sembra abbracciarlo. Teatro Andromeda, questo il nome che Lorenzo Reina ha dato alla sua opera, un meraviglioso teatro greco. E non si tratta di un nome fortuito perché per Lorenzo questo è il luogo dove la scultura diviene poesia. 
I posti a sedere sono centootto. Il pastore li ha scolpiti riproducendo il disegno della costellazione di Andromeda. Il centro del palcoscenico ospita una statua in esposizione per l’Arte in Scena: l’Icaro morente di Giuseppe Agnello. Il teatro, la costellazione, l’incontro tra cielo e terra — essere parte della Poesia.
L’impatto con il panorama è travolgente. Ci si sente piccoli piccoli, e grati.

Tornando alla fattoria mi aspetta una sorpresa. Lorenzo ha disposto sul tavolo una fruttiera con delle pesche, un tagliere di legno con del formaggio e un fiasco di vino rosso, tutto di sua produzione. Anche in questo piccolo banchetto ritrovo la poesia di Reina e, mentre gli restituisco un cappello di paglia che mi ha prestato per proteggermi dal sole, mi racconta di come è nato e si è sviluppato questo progetto. 
Mi parla della recente costruzione che sta terminando: il teatro al chiuso. Di come l’idea che uno spettacolo fosse rovinato dal maltempo lo avesse spinto a creare questa nuova struttura e quanto fosse importante l’armonia con la natura circostante nella realizzazione dell’edificio.
Mi parla del museo: un palazzetto realizzato in forma ottagonale che riprende la simbologia dei numeri dove ha deciso di raccogliere le sue opere più intime.
Mi racconta delle persone che si sono avventurate — come me — fin lassù, per vedere, scoprire, e vivere quella poesia. E poi mi chiede, mi chiede della mia vita, delle mie passioni, perché anche lui vuole vedere, scoprire, e vivere parte di quella poesia che dopo essere stata accolta gli viene restituita da altra voce. 

Arrivati al momento di salutarci gli domando dove posso trovare informazioni sugli eventi che riguardano la sua fattoria, il suo teatro. Lui sorride, poi mi risponde:

Non c’è pubblicità, solo documenti prodotti da chi ha amato questo luogo e ama l’arte. Questo perché solo chi è un vero appassionato, ascoltando da un passaparola o frugando in rete, potrà assistere agli spettacoli. I posti sono limitati e quei pochi che salgono fin qui comprendono e rispettano l’atmosfera, quasi sacra direi, che si viene a creare.










Scatti di Pamela Proietti