Via dal pazzo soft porno: Bathsheba Everdene sospesa fra i fuochi estetici (o di mercato?) di due epoche - A cura di Leni Remedios


Ora vi chiedo: modernizzare un testo, una piece, una versione cinematografica significa necessariamente svilirlo, volgarizzarlo, abbassarne la qualità?
Guardando all’ultima versione cinematografica di Far From the Madding Crowd, celebre romanzo di Thomas Hardy, verrebbe da rispondere di sì, senza alcun indugio. Un melodrammone sospeso fra noia e soft porno di basso profilo.
Nobilissimo è l’intento di rendere un testo ottocentesco accessibile agli abitatori del nostro tempo, alle prese con istanze e con affanni molto diversi. Ma già qui tocchiamo un punto cruciale: solo questa prima considerazione ci fa riconoscere che le menti contemporanee – sempre necessitanti una qualche forma di semplificazione - sono molto meno raffinate di quelle della compagine umana che abitava il pianeta circa un secolo e mezzo fa.
E questo è un punto di partenza non da poco.
Viene poi da chiedersi: siamo sicuri che, al di là dei semafori, dei ritmi frenetici e delle moderne tecnologie, il sentire umano sia tanto cambiato?
Non ne sono certa.
Bathsheba Everdene è una giovane donna che, nonostante l’istruzione, è costretta a lavorare nei campi, mantenendo tuttavia un assetto mentale deciso ed indipendente, tanto da rifiutare una proposta di matrimonio con il fattore Gabriel Oak, che le avrebbe consentito di vivere una vita un po’ più agiata. Improvvisamente eredita una fortuna e la sua caparbietà le sarà di aiuto nel gestire un’intera fattoria in cui, ironia della sorte, si troverà suo malgrado ad impiegare come pastore lo stesso Oak, finito sul lastrico dopo aver perso tutte le sue pecore.
Calata completamente nel suo nuovo ruolo, l’indipendente Bathsheba attira su di sé l’attenzione del vicino fattore Mr Boldwood, il quale comincia a sviluppare una passione ossessiva verso Bathsheba e la chiede in sposa; ma i piani di Boldwood verranno distrutti dall’arrivo del sergente Frank Troy, di cui Bathsheba si innamorerà perdutamente, nel senso letterale del termine, perché in nome di questa passione perderà tutti i lumi della ragione e dell’indipendenza.
La situazione in sé, ovvero una giovane donna alle prese con tre pretendenti, mentre lascia gli assuefatti lettori di oggi abbastanza impassibili, all’epoca appariva senz’altro inusuale, se non scandalosa. Ma al di là di ciò la storia di Bathsheba passa al setaccio tre sfumature diverse (non cinquanta) dell’amore che possono risuonare, in una striatura o nell’altra, con tutte le storie d’amore di ogni epoca: dalla solida dedizione di Mr Oak, fortificata dalle difficoltà condivise, alla passione cieca di Bathsheba verso il Sergente Troy fino all’insana ossessione di Boldwood, che sfocia nella follia.
L’ultimo adattamento per il cinema, ad opera di Thomas Vinterberg, lascia pieni di interrogativi. Perché? Senza andare molto per il sottile mi chiedo: perché questo regista ha voluto cimentarsi con Bathsheba Everdene e Thomas Hardy? Non aveva altro da fare? Provo a spiegare in qualche modo i motivi di cotanta acidità.
Vero è che Vinterberg aveva prima di sé un precedente illustre: un’edizione del 1967 con un cast da eccellenza, regia di John Schlesinger e fotografia di Nicolas Roeg (lo stesso che dopo sei anni avrebbe girato, da regista, Don’t Look Now, con la Julie Christie che qui interpreta Bathsheba). Ma il fatto di doversi cimentare con un capolavoro non é un deterrente né una scusante. Se ti metti in gioco devi esserne all’altezza, perlomeno parzialmente.

Il film sembra iniziare bene, la coppia Carey Mulligan e Matthias Schoenaerts appare promettente e credibile nei panni rispettivi di Bathsheba e di Mr Oak. Vinterberg sembra aver deciso per una versione più flemmatica ed introspettiva del fattore e ci può anche stare, Schoenaerts è piuttosto bravo, un attore da tenere d’occhio. Ed anche se talvolta veste più come un giocatore di golf che come un pastore, glielo concediamo pure. Ma mentre l’interpretazione vivace ed al contempo solida di Alan Bates, nel 1967, non ha mai avuto un momento di calo, in questo caso da flemmatico Mr Oak diventa progressivamente fiacco, privo di nerbo. La sua recitazione debole contrasta con una forse fin troppo energica Bathsheba, che predilige gli aspetti più femministi e all’avanguardia del personaggio, ma trasmette a fatica il coacervo di contraddizioni che dilania il personaggio letterario creato da Hardy. La recitazione di Carey Mulligan, attrice rivelatasi nell’ultimo rifacimento di Pride and Prejudice (una delle sorelle Bennet) purtroppo non convince, così come non convince il viso troppo maturo per la giovane fattora. Forse la Bathsheba ideale non la vedremo mai, persino il viso di Julie Christie – troppo perfetto, troppo ‘da attrice’ per rendere il realismo del personaggio – non convinceva, complici anche le sue acconciature, più adatte ai Far West americani degli anni ‘60 che alla campagna inglese ottocentesca. Probabilmente la metà inglese e metà messicana Paloma Baeza è quella che si avvicina di più a Bathsheba, nell’edizione raramente citata del 1998.

Ma è nel suo complesso che la versione di Vinterberg non decolla. Il film non esce dalla sua gabbia patinata e dai suoi autocompiaciuti tempi lunghi. In poche parole, è un film noioso.
Dov’è la vena comico-grottesca, così presente nel testo di Hardy e rispecchiata in pieno nella versione di Schlesinger, potente nel controbilanciare la drammaticità degli eventi in corso? Dov’è l’ironia che trasuda ad ogni pagina? Il testo è un continuo andare e venire fra il dramma e la commedia, a partire dal titolo, esplicita citazione beffarda di Thomas Gray (nella pace bucolica della campagna si suppone che gli animi siano più calmi ed immuni dalle passioni che agitano gli abitanti della città, nessuno si aspetta il tumulto che invece pervade casa Everdene-Troy), fino ad andare alla comunità di pastori e contadini, che Hardy dipinge con tratti affettuosi ma schietti, taglienti e soprattutto estremamente realisti, persino nel linguaggio, il dialetto dell’epoca. Da Joseph Poorgrass che si ubriaca trasportando la bara di Fanny a Cain Ball che si soffoca col pane mentre riporta le notizie su Bathsheba avvistata a Bath col sergente, il testo è pieno di inserti grotteschi che si intersecano a meraviglia sia col lirismo del paesaggio inglese, così caro a Thomas Hardy, sia con i drammatici tumulti interiori dei protagonisti. E questo viene reso magistralmente dalla versione di Schlesinger: si respira come le comparse non siano solo comparse ma parte integrante del film, senza i quali la pellicola perderebbe di valore. Senza una fantastica Liddy, braccio destro ed inseparabile confidente della finalmente capricciosa Bathsheba e senza i volti autentici dei contadini di Weatherbury, il film sarebbe l’ennesimo drammone in costume. A questo si sovrappongono meravigliosamente il volto devastato dalla follia di Peter Finch, un attore che recita con gli occhi, il perfetto Alan Bates, che non deborda di un millimetro ed un insuperabile Terence Stamp, la cui recitazione volutamente teatrale ed esagerata ricorda molto da vicino il nostro Vittorio Gassman da giovane: questi per me sono segnali di vita, le performances che ti fanno alzare lo sterno e ti rendono grata di compartecipare da spettatore al talento altrui.

Ed arriviamo proprio qui al punto dolente: il Sergente Troy della versione di Vinterberg sembra uscito da uno spot di Dolce e Gabbana, camicia bianca inclusa. A poco importa che l’attore in questione, Tom Sturridge, discenda da una famiglia di attori e registi, lo invitiamo nondimeno a dedicarsi alla carriera di fotomodello e che ci rimanga. Nulla a che vedere con Terence Stamp, e nemmeno con Jonathan Firth, fratello del più celebre Colin, che nella versione del 1998 dava un tocco scanzonato ed autentico al suo personaggio. La mia indignazione poi ha raggiunto il punto di non ritorno nel corteggiamento di Bathsheba da parte di Frank Troy, in particolare quando il sergente sfodera le sue doti di spadaccino di fronte ad un’attonita Bathsheba, immersa nel verde delle felci in una conca in mezzo al bosco. Nella versione del ’67 il regista scelse di non essere fedele al testo nell’ambientazione (optò per una vallata brulla) ma lo fu nel rendere al massimo il climax erotico che si respira dalle pagine di Hardy. La versione del 2015, al contrario, è fedelissima nell’ambientazione. Ma la tensione erotica resa egregiamente dallo scrittore inglese attraverso il simbolismo sessuale (la conca piena di felci, la spada, Troy che finge di voler trafiggere Bathsheba) viene spazzata via di colpo dal ‘moderno’ indugiare della telecamera non solo sul bacio con lingua tanto caro al botteghino, ma anche sulla mano che fra le pesanti pieghe ottocentesche dell’abito di Miss Everdene trova modo di permettere un ‘moderno’ palpeggiamento alle zone private della stessa. Quando è troppo è troppo.
L’episodio mi ricorda molto da vicino un triste frangente riguardante la versione di Pride and Prejudice di Joe Wright, un film in generale molto buono; è risaputo che i due protagonisti, Elizabeth Bennet e Mr Darcy, non si sfiorano nemmeno con un dito, e qui risiede la genialità della Austen, che riesce ad incollare i suoi lettori alle sue pagine – pure i famigerati lettori ‘moderni’ – senza mai sfruttare stratagemmi di basso profilo, come del resto si conveniva all’epoca. Ai tempi di quel film successe che, solo per il pubblico americano (dettaglio interessante) venne richiesto un finale aggiuntivo, in cui i due si baciavano e si avvinghiavano di fronte alla loro nuova residenza. Naturalmente tutto ciò suscitò i malumori della Jane Austen Society, i quali protestarono di fronte ad un’evidente violazione dello spirito dei romanzi di Jane Austen.
Dove sono gli indignati estimatori di Thomas Hardy? Continuo a domandarmi perché, se uno vuole fare del soft porno o fare comunque dei soldi, non ci si dedichi completamente, senza per questo scomodare ed infangare la letteratura del diciannovesimo secolo. Ecco che cosa intendo quando, con mio profondo dispiacere, registro l’equazione modernizzazione=svilimento, declassazione, soddisfacimento dei bassi pruriti del grande pubblico (pagante).
Probabilmente Vinterberg cercava un escamotage per non far addormentare lo spettatore fra una noia e l’altra. Probabilmente la cinematografia ‘moderna’ è più succube dei numeri del botteghino che aspirante alla resa estetica migliore. O forse si tratta di tutte e due le cose. Dopo tanti ‘forse’ e ‘probabilmente’ quel che è certo è che di questo film fra una manciata di mesi non si parlerà più e nella storia rimarrà la versione di Schlesinger a splendere come un faro. Come un segnale di vita.