Isole di Bill Holm - A cura di Stefania Iacobelli




Josef Hoffmann, al termine di un suo concerto, incontra una ricca signora che, stringendo la sua piccola e paffuta mano macchiata di nicotina, gli dice: "Come suona divinamente con queste mani"!. "Madame", risponde sbuffando, "non può certo immaginare che uno possa suonare il pianoforte con queste mani"!.
"Non si balla con i piedi, nè si intaglia con un coltello, nè si bacia con le labbra, nè si dipinge con un pennello ma c'è qualcos'altro, dentro ogni essere umano, che alimenta il desiderio di bellezze e di ordine; qualcosa che scaturisce nelle circostanze più strane, ovunque, in qualsiasi momento, da chiunque, con una canna di bambù e un raggio di bicicletta".
Così scrive Bill Holm nel suo saggio Isole, accurata e articolata riflessione sull'insularità.
L'isola, protagonista di questo diario di viaggio, nella sua accezione metaforica e non, si pone, in quanto esigenza, come strumento esplicativo del rapporto uomo-mondo, al servizio di un'unica e irripetibile esperienza interpersonale.
"Alcune isole iniziano come cose in cerca di metafore che catturano cose all'interno del loro spazio".
Sono proprio queste: le isole dell'età, del dolore, della fantasia, della musica, che Holm definisce isole "segno", ovvero quelle esperienze di vita riconducibili ad "accadimenti spirituali", all'invisibile latente. Consiglia, ancora, Holm: "Non affondate sotto il peso del vostro pregiudizio in merito all'invisibile".
Da questa prospettiva, l'Isla Mujeres, Moloka'i, il Madagascar, Mallard e l'Islanda, terra d'origine del Nostro, così ivi accuratamente descritte, divengono "necessarie per consentirci di pensare a ciò che è vero nell'intimo del nostro animo", riscattando l'isolamento, cioè a dire la sua qualità e la sua condizione enigmatica, chiarificatrice di una esigenza sociale, politica, storica e psicologica.
"Le isole ci seducono perchè a volte l'universo ci sembra troppo grande. Desideriamo restringerlo un po', così da poterlo esaminare, vedere con che cosa è fatto, e qual è il nostro posto al suo interno. Un'isola è un microcosmo. Non possiamo passare in rassegna gli alberi, gli animali ma immaginiamo che le creature di un'isola siano valutabili. "Qui -infatti- la vita è finalmente ridotta all'essenziale e ci è possibile vedere di cosa sia fatta".
Mutuando dalla terminologia stessa, la caratteristica di essere isole, ovvero estensioni di terra separate dalle acque, non implica, dunque, la rinuncia alle relazioni e ai contatti umani, piuttosto, attraverso un restringimento del mondo, del campo d'azione -così vuole ogni isola geografica e non- favorisce la ricerca introspettiva e il libero pensiero.
Il saggio, attraverso le descrizioni di Moloka'i, isola lebbrosari nell'800, e le accuse mosse dal Nostro nei confronti dell'Associazione evangelica hawaiana dell'epoca, insensibile e disattenta, fa dell'isola un sinonimo di separazione, ghettizzazione, allontanamento da tutto ciò che fa paura, perchè diverso, pericoloso, infettivo.
La narrazione dei luoghi geografici, di terre sconosciute, delle loro saghe, della musica, della letteratura, di quanto sia manifestazione di folklore. tradizione e cultura,consente l'individuazione di una natura, a questo punto, prismatica dell'isola, offrendo anche, notevoli spunti di riflessione sul concetto di identità culturale, mortificata dalla povertà, dal disordine politico e dalla storia.
"Nei giorni fuglidi dell'imperialismo" scrive Holm "i paesi colonizzati persero musica, storie e poesia. Una cosa è perdere le proprie materie prime, la libertà, l'indipendenza, a volte la propria lingua, un'altra è la musica e la poesia, perchè questo significa che ti viene strappato via un pezzo di anima".
Particolarmente interessante l'esperienza multiculturale di Holm in Madagascar, i cui "colori" e "suoni" sembrano incolumi dall'estrema povertà.
Anche in Islanda, salva da qualsiasi forma di omologazione, terra vulcanica e glaciale, selvaggia e complicata da scoprire, è piena di storia e memoria. Essa presenta un popolo fiero, civilizzato ma integro. È sempre Holm a descriverla come "uno strano posto: metà Europa, metà selvaggio West nordamericano".
Saghe, leggende, tradizione letteraria, New Age, fauna, fauna, costumi, voci e canti, fanno di quest'isola un luogo senza tempo. In questo sublime paesaggio l'uomo-isola può, forse, trovare la sua dimensione.
Holm propone differenti isole, sottolineando, pur con una forma stilistica leggera, il tema della complessità, caratterizzante d'ogni forma di insularità, transizione per una apertura verso nuovi ma comuni mondi.
L'isola, "posto segreto dove l'inconscio diventa conscio", per il nostro geografo dell'anima, è anche un rifugio, meta di riflessione e ricerca, ove l'immaginazione e la fantasia divengono forme e strumenti necessari per la realizzazione di un viaggio dentro il viaggio.
L'isola, in quanto luogo di transizione, può porsi come un regno intermedio, quella sorta di isolamento geografico, ritratto da E. Hopper e ripreso da A. de Botton, in cui la solitudine sia paradossalmente collettiva e proprio per questo non sgradevole, umiliante e persecutoria.
Siamo, forse, tutti degli uomini-isola ma è pur vero che "ogni isola ha fili sottili che viaggiano... verso tutte le altre isole...".
"Chiamatemi isola -quindi- e io vi risponderò".
Le isole di Holm non sono solo reali ma anche immaginarie: troviamo un excursus sull''Isola del Dolore -fisico e spirituale- e sull'isola Necessaria dell'Immaginazione.