Che fine fanno i corpi di coloro che si fanno esplodere? A cura di Demetrio Paolin


Io ho un corpo che amo. E ogni volta che vedo un morto mi chiedo poi che fine farà il suo cadavere, perché il destino del corpo è anche quello dell’uomo.

Dal giorno degli attentati di Parigi, mi sono chiesto una cosa: Ma i corpi di coloro che si sono fatti saltare che fine hanno fatto? Che fine fanno i resti delle loro membra esplose? Mentre il televisore mandava a rullo le immagini della strage, le testimonianze dei superstiti e raccontava la vita di coloro che sono morti, io sul pc cercavo di capire che cosa rimane di un corpo che si fa brillare come una mina. Le cose che ho trovato, le immagini o i video, non hanno in realtà appagato la mia curiosità, perché la mia domanda che fine fanno i corpi di coloro che si fanno saltare non riguarda la meccanica, o la fisica, ma l’etica e la morale.

Le persone con cui vivo e parlo, quando ho detto loro di questa mia ossessione, mi hanno chiesto perché. Perché invece di spendere la mia immaginazione sui morti innocenti, sulle loro vite, sui loro resti esamini, dedicassi i miei giorni a quegli assassini. Perché non mi concentrassi sui rantoli dei sofferenti e dei feriti che i video della strrage riportavano in diretta sui canali del web.

L’unica risposta razionale che mi viene da dare è: Perché senza quei corpi disfatti non ci sarebbero questi corpi disfatti. Perché se racconti una storia, se vuoi andare al fondo reale di ciò che accade, devi arrivare all’attimo esatto in cui ogni cosa comincia, all’origine. 

L’inizio, che è poi anche la fine, è il momento in cui il kamikaze si fa saltare in aria.

Ho immaginato, in questi giorni, il momento della deflagrazione quando la carne, il sangue e le interiora esplodono, ho immaginato il detonare dell’esplosivo e lo svampare del tutto. Ho cercato nella mia memoria qualcosa che fosse paragonabile. E ho pensato alle scena finale di Zabriskie Point, all’esplosione della casa, e alla esplosione di ogni singola cosa dentro… Il corpo del kamikaze è così sparso e confuso nei corpi degli altri.

La verità che forse nessuno riesce a dire, ed è per questo che viene taciuta, sta nel fatto che esplodendo, i frammenti biologici del carnefice diventano tutt’uno con quelli delle vittime. Penso ai sangui mischiati, o ai residui di carne che sono finiti sui corpi delle persone uccise nel teatro; come facciamo a distinguere chi da chi?

È in questo punto preciso che la nostra umanità, il nostro umanesimo, va in crisi. Dove stanno i carnefici? Che fine facciamo fare a loro? Che fine fanno i loro corpi? La sepoltura e il ricordo - le forme più antiche di rispetto - chiedono ragione su cosa farne di tutti i morti, anche di coloro che la morte l’hanno provocata.

Il corpo esploso, il fatto stesso che sia impossibile da ricomporre, pone un problema etico: cosa posso fare io, cosa devo fare io di quei resti? Essi sono il lascito del terrorista, sono - se vogliamo - il nostro problema più grosso, perché indicano la totale chiusura di dialogo tra la vittima e il suo assalitore. 

Ci penso spesso a questa cosa dell’uccidersi. 

Ovvio che se decidi di pianificare un attacco terroristico metti in conto che tu possa finire ammazzato, ma qui c’è un salto logico diverso, l’attacco terroristico ha il suo apice nell’esplosione di sé, nel non lasciare traccia alcuna a coloro che rimangono, come un’orma vuota secca nel fango.

Questa volontà di non dialogo spinge la nostra etica su di un confine, ovvero noi che siamo fatti di dialogo, che siamo relazione, abbiamo davanti qualcuno che ha deciso di non esserlo più. Non è semplice nichilismo, ma è proprio porsi fuori dall’ambito dell’umano e dell’uomo come noi lo abbiamo vissuto per millenni. 

Il kamikaze decide di mettere se stesso fuori della mura del consesso umano. Lo fa volontariamente, lo fa perché in questo modo non solo produce danni materiali, ma anche per una sorta di sfida immateriale.

Il fatto che noi dismemoriamo i corpi dei carnefici, che non ci preoccupiamo non solo della loro fine, ma della loro scelta di finire così, è il segnale che il nostro sentimento di pietà, il nostro fondamento culturale sta venendo meno.

Non possiamo dialogare con i morti, ma possiamo dialogare con i loro corpi.

In che modo? Ecco qui che il discorso si complica, io posso rispondere solo per ciò che io sono. Io sono una persona che nella vita inventa storie. Anzi non è neppure corretto così, io scrivo immaginazioni. E credo che il primo passo che posso compiere è prendermi carico delle loro immaginazioni e provare a raccontarle, farle diventare una narrazione, riportarle nell’alveo dell’umano. Ci vuole, per far questo, uno sforzo profondo, una disciplina e una civiltà profonda.

In queste settimane ho sentito molte e diverse ipotesi per sconfiggere il terrorismo, tutte legittime, compresa la guerra, ma mi pare che il silenzio degli intellettuali abbia in parte brillato. Il compito di noi scrittori, non è dire fate l’amore e non fate la guerra, il nostro compito è scrivere delle storie, che abbiano a che fare con questo male profondissimo, dobbiamo decidere di prendere su di noi questo immaginario di morte e sofferenza, capire cosa si annida dentro, sentirlo nostro, farci noi stessi loro, diventare tutt’uno con quel tipo di pensiero, arrivarne alle origini. Il primo passo, il più importante, è raccogliere materialmente i resti di cadaveri disfatti degli assassini, dei torturatori, dei carnefici e dei cattivi, ripulire la loro carne e renderla splendida e bellissima; e in questo gesto tenero e violento, riconoscerli uomini come ognuno di noi, e finalmente comprenderli e raccontarli.