Frank Zappa: il paracadute - A cura di Gaetano Lisciandra

Dicembre è il mese in cui tradizionalmente renne buoi e asinelli, barbe canute e comete sono impossibili da evitare; un gradino sotto ci sono gli articoli su Frank Zappa: le annuali ricorrenze di nascita e morte distano una quindicina di giorni fra loro sicché ricordi, articoletti e attenzioni varie di chi ha voglia di scrivere due parole si concentrano in questo periodo. Il caso vuole che più o meno intempestivamente ne scriva pure io adesso, risibile goccia proprio quando in genere arriva la (non troppo grossa) ondata di attenzioni: fatto sta che per continuare questo viaggetto lo zio Frank non si può più schivare o rimandare.

[Parentesi: lo zio Frank. Chissà perché tutti quelli che conosco che ascoltano Frank Zappa lo chiamano lo zio Frank. Si accettano teorie/ipotesi/smentite/interventi sul punto.]

Come al solito, salto a piè pari il dato biografico per i soliti motivi di tempo e spazio, a maggior ragione che su Frank Zappa sono stati scritti volumi e volumi, e internet stesso comunque oggi soccorre il curioso: in questo, la speranza rimane sempre e soltanto quella di intrigare il lettore che non lo conosca ed offrire piccole riflessioni all'attenzione di chi sia già ascoltatore. Per chi non abbia letto gli episodi precedenti di questa serie (potete trovarli qua, all'interno della mia rubrica Ghirigori), il tentativo è quello di disegnare un quadretto della musica umoristica dandone qualche coordinata: per qualche misteriosa ragione ciò che fa ridere e sorridere è cosa trascurabile nell'immaginario collettivo come se necessariamente mancasse di gravitas, o come se l'assenza di serietà formale spogliasse le espressioni umane della loro dignità. Non credo che ci siano molti altri esperimenti come questo in giro, per cui andiamo avanti inveendo violentemente contro chi per primo ha detto che il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi.

“Does Humor Belong in Music?” chiedeva opportunamente il Maestro Zappa negli anni Ottanta col titolo di un suo video-concerto (oggi reperibile sia in DVD che su supporto audio). A questa domanda ognuno dà una sua risposta: la mia è dichiarata dal primo giorno, e sono sicuro che lo zio Frank avrà avuto la sua. Una volta posto l'interrogativo e ammesso che si sia risposto positivamente si entra però nel territorio non esplorato, un po' come in un romanzo di Conrad: in altre parole se anche l'umorismo e la risata sono materiale per fare musica (e viceversa), come si sviluppa nella pratica il rapporto tra musica e humour?

Questo non è un aspetto a cui si guarda di frequente e proprio perciò una breve panoramica potrebbe essere uno spunto di riflessione, sia nel grande quadro della musica che nel caso-Zappa; in ogni caso nelle nostre tappe successive ci tornerà senz'altro utile quel che diremo.

Il primo ovvio rapporto è l'asse musica-testo: la parola e la voce contemporaneamente sono il primo veicolo della melodia e di ciò che diverte; la parola racconta rapisce e sorprende, la musica spessissimo arricchisce la parola di un contesto (talvolta simpatetico, talaltro antagonistico). Volendo guardare al canzoniere zappiano uno dei primi brani a sfruttare la possibile dualità tra musica e parola è Go cry on somebody else's shoulder: il contesto è fornito da un blandissimo giro di Do (I-vi-ii-V7) intinto nella melassa rhythm'n'blues dei balli “da mattonella” (quelli da ballare lentamente senza far finire i piedi fuori della cornice della piastrella): mentre le orecchie sono addolcite da zucchero uditivo, nelle strofe si ribadisce una conclamata disaffezione amorosa impreziosita da cori di voci stridule nel sottofondo che esaltano ulteriormente il ridicolo cinismo della situazione.

La cosa che personalmente più rimane impressa della lezione di Frank Zappa è stata però la capacità trascendere la parola fino a ribaltarne la primazia sulla musica, trasformando l'umorismo in uno strumento di crescita mentale ed uditiva. Mi spiego meglio.
Se la memoria non mi inganna, dovrei avere letto quel che segue [1] nella ben nota autobiografia curata da Peter Occhiogrosso: col tempo il compositore di Baltimora si rese conto che i testi divertenti/paradossali/salaci erano quelli che più agevolmente permettevano al pubblico di memorizzare contemporaneamente linee melodiche o ritmiche non ovvie. Il primo esempio che occorre alla mia mente è quello di Inca Roads in cui la parte vocale (coi suoi problemi di parcheggio “spaziali” nel testo) esordisce quasi da subito con degli intervalli di quinta ascendenti non proprio frequentissimi nel pop e nel rock, e finisce con i guacamole queen ripetuti che nascondono insospettabili quintine sfruttate per spiazzare e spezzare il ritmo. 
Inserisco di sotto un minuscolo esempio tratto da una mia trascrizione di Inca Roads giusto per essere “grafici” in questa digressione. Se poi a qualcuno dovesse interessare sbirciare più approfonditamente nel profluvio di note che è la melodia vocale ci sono saliscendi non comuni, e l'occhio attento può pure individuare delle unità melodico-ritmiche che spezzano la battuta e la trascendono (5+6 semicrome reiterate).


Non è difficile trovare altri esempi singolari specie negli Anni Settanta. Montana, per dirne una, e il suo intermezzo “I'm plucking the ol' dennil floss/that's growin' on the prairie...”, ha cluster ritmici che oggi sono sinonimo dello zio Frank: l'orecchio inesperto magari non li digerisce nell'immediato ma magari li percepisce da subito come strani o buffi. I semi comunque ci sono tutti già negli Anni Sessanta coi Mothers of Invention: ascoltare Duke of Prunes o Who Are The Brain Police? per credere, o anche Oh No che è inafferrabile nella sua semplicità. Questa peculiare visione della parola come “veicolo memorizzabile del suono” trova una piccola conferma nei booklet degli album in cui i testi sono in larga parte trascritti guardando non alla corretta grammatica e ortografia ma alle omofonie possibili nella scrittura inglese [2]; si ricollega inoltra con le osservazioni fatte già qualche mese fa sulla stretta connessione tra memoria linguistica “di riflesso” e memoria musicale, per cui rimando oggi come allora al compianto Oliver Sacks e ai suoi scritti tanto piacevoli quanto ben documentati.
Va sottolineato pure che quest'intuizione (il testo subdolamente veicolo di musica non ovvia) verrà in seguito sfruttata anche da molti altri artisti: in Italia l'esempio più famoso è quello degli Elio e le Storie Tese, che peraltro non hanno mai nascosto il loro affetto per il Maestro di Baltimora.
Lo stesso stratagemma è stato da ultimo condotto da Frank Zappa fino a territori lontanissimi in The Dangerous Kitchen e The Jazz Discharge Party Hats: i ghirigori melodici e ritmici tipici di un'improvvisazione free diventano la linea (non improvvisata ma) scritta del testo, che nel primo brano il sorprendente degrado (“degrado livello 3”, per citare Zerocalcare) in cui può versare la cucina quando si rincasa di notte [3] e nel secondo brano un topos del nostro, ossia la vita in tournée con particolare attenzione alle disavventure erotiche o pseudo-tali dei musicisti (da Stevie's Spanking a Punky's Whips [4]). 

Bisogna aggiungere che il gusto per l'umorismo spesso si fa satira sociale e commento: proprio “Freak out!” il primo album dei Mothers of Invention (prossimo al compimento dei cinquant'anni dalla pubblicazione) apre con Hungry Freaks, Daddy che già allora tasta il polso alla società americana. Nel corso dei decenni (e della sterminata produzione) le canzoni affrontano le situazioni più variegate che è impossibile riassumere qui e di cui: le Cocaine Decisions degli anni Ottanta dell'alta società con ripercussioni sulla vita delle masse, la purezza di facciata delle Catholic girls, la televisione e la melma che assorbe l'attenzione in I'm the Slime, gli stereotipi razziali combattuti a loro volta a suon di paradossali stereotipi e l'ossessivo sguardo al giardino del vicino in You Are What You Is (negli anni d'oro di I Robinson/The Cosby Show), le frecciatine a Ron Hubbard, peraltro ancora prima che Scientology venisse riconosciuto come culto in USA pure a fini fiscali. Un po' come i dialetti musicali utilizzati dallo zio Frank, il campionario di situazioni raccontato nelle liriche è sterminato, dai sindacati alla danza scoordinata, per cui stavolta più che mai lascio alla curiosità ed alla buona volontà del lettore l'esplorazione.
Mi sento solo di sottolineare che la libertà di raccontare il mondo “a colori”, non negandosi mai a nulla dal salace al grottesco che negli anni Ottanta diverrà il terreno di scontro con le cosiddette “mothers of prevention”, ossia i genitori perbenisti e bigotti portavoce della necessità di segnalare al prossimo tutta la musica diseducativa [5]. Loro otterranno il bollino del parental advisory nonostante un intervento di Frank Zappa sul punto proprio al Congresso in difesa del Primo Emendamento (e mi pare il caso di sottolineare come il tema sia davvero ricorrente). Col senno del poi, l'idea credo si sia ritorta pure contro i suoi propositi iniziali, diventando uno spot per il giovane ribelle a tutti i costi anziché uno stigma, ma allo stesso tempo bollando anche le voci non allineate come volgarità pura e semplice: insomma, ci hanno perso tutti. 

Ultimo aspetto dell'umorismo zappiano che qui considero è la teatralità, non come nell'alternanza tra monologhi/dialoghi e musica, ma come ricchezza coralità gestualità e multiformità dell'esperienza musicale. Questi aspetti si concentrano soprattutto nella performance dal vivo, di cui fortunatamente restano un sacco di testimonianze audio e video. Spesso chi rivestiva il ruolo di voce principale di una canzone mimava al pubblico il testo, e sia nei Mothers of Invention sia nel prosieguo non latitavano momenti in cui i vari musicisti facevano interventi vocali anche istantanei sorprendendo l'uditorio. Inoltre, con una certa frequenza i concerti si arricchivano di costumi od oggetti creando istanti di follia da palco (il video Baby Snakes rimane un documento esilarante in questo senso: Adrian Belew vestito da hostess e Roy Estrada vestito da pontefice nei momenti finali sono impagabili [6]), e peraltro per diversi anni il concerto di Halloween di Frank Zappa a New York era un appuntamento a cui non mancare, come se le due forme di follia potessero fomentarsi vicendevolmente. In qualche modo l'uso di costumi ed oggetti di scena era innovativo per un concerto e a sua volta un input per la creazione di situazioni improbabili sul palco; a pensarci un attimo gli Anni Settanta sono gli anni in cui nasce e si sviluppa la meravigliosa fucina del Saturday Night Live (“...live from New York City”) con una generazione di comici che avrebbe fatto la storia del piccolo e del grande schermo [7]. La vicinanza con Zappa è ben documentata: il nostro è stato ospite più volte (in particolare ricordo una spettacolare Peaches en Regalia ed un breve scambio con John Belushi/Samurai Futaba); la comicità alimentata dagli oggetti di scena era il marchio di fabbrica del grandissimo Steve Martin che proprio grazie a SNL diventava una star [8]; e non da ultimo anche il segnale della presenza di Tom Malone come turnista in Zappa in New York, già cardine della house band dello show (e nei Blues Brothers di John Belushi e Dan Aykroyd, anche loro due sbocciati artisticamente grazie a SNL). Tuttavia in seguito la produzione della trasmissione “bandirà” la presenza di Zappa per il suo comportamento imprevedibile, arrischiandosi a rendere palese la presenza del gobbo e sabotando i meccanismi che fanno scorrere senza intoppi una diretta televisiva.

Ecco, questa teatralità era corale e fatta di gesti e oggetti: un po' come un mare in cui tutte le correnti si incontravano e con la musica – nella musica – prendevano vita, specie davanti ad un pubblico. 

Penso al dialogo col diavolo in Titties and beer; penso alla surreale Billy The Mountain in cui la premessa è che Billy, una montagna, diventa ricco dopo ricevuto i compensi relativi ai diritti d'autore per aver posato per anni in foto e cartoline, e decide così di partire in viaggio con la mogli Ethel, un albero che cresce sulla sua spalla; penso a Do You Like My New Car? e a The Mud Shark. Penso a tutte le canzoni in cui singolarmente e coralmente intervengono i talentuosi musicisti che fanno nascere scambi continui, e ci aggiungo gli elementi improvvisati nel corso dell'esibizione, e tutte quello che forse non capiremo mai – tra cui gli inside jokes dei musicisti, come quello lo “Hi-ho Silver!” ripetuto ossessivamente da Ike Willis che inspiegabilmente fa ridere lo stesso zio Frank e la band (e per “contagio” anche l'ascoltatore)) così tanto da ostacolare la performance![9]
Anche quando mancava del tutto la parola e restava “solo” la musica, la conduzione del Maestro, la bacchetta agitata con movimenti ampi ma repentini, sia che si trattasse di King Kong e di improvvisazione e ricombinazione di elementi musicali, sia che si trattasse di G-Spot Tornado e di musica arrangiata e cristallizzata, l'elemento visuale era sempre lì a creare stupore meraviglia e divertimento in chi si trovasse ad assistere. E penso al pubblico, che chissà perché era pure lui attore coinvolto spontaneamente da un punto di vista “fisico” nella sarabanda, cosicché uno spettacolo unico erano pure i folli ballerini che iniziavano a correre da una parte all'altra del luogo dell'esibizione piroettando e gesticolando in modo maniacale; ed era coinvolto dal punto di vista mentale pure perché consapevolmente venivano messi alla prova il suo orecchio e la sua percezione del cinico del giusto e dell'osceno, ché parafrasando quel che diceva lo zio Frank, la mente è come un paracadute: soltanto quando si apre possiamo dire che funziona

       


NOTE

[1]   NdA: Oramai un bel po' di anni fa, per cui chiedo venia all'eventuale lettore per l'imprecisione; su richiesta però rimango disponibile alla piccola ricerca del caso.

[2]   Giusto poco sopra uno striminzito esempio è offerto da quel “dennil floss” che sta per “dental floss” (filo interdentale). Il gusto per i giochi di parole è in ogni caso pure indipendente dalla stessa musica o dall'inserimento in un testo: si pensi al formidabile titolo “Sheik Yerbouti” che nasconde un'omofonia non immediata per chi legga distrattamente, così come The Gumbo Variations, Prelude To the Afternoon of a Sexually Aroused Gas Mask o Theme From the 3rd Movement of a Sinister Footwear che ironizzano sui luoghi comuni nei titoli della musica classica; Florentine Pogen in cui il prodotto da forno scandinavo – florentine pågen – diventa per amor di nonsense un notabile toscano (“She was the daughter of a wealthy florentine pogen...”).

[3]   Un breve estratto giusto per intenderci: “...It's disgusting and dirty/the sponge on the drainer/Is stinky and squirty/If you squeeze it when you wipe up/What you get on your hands/Could unbalance your glands and/make you blind or whatever...”

[4]   Merita un cenno Punky's Whips anche perché prende due piccioni con una fava: da un lato denuncia il successo tra i giovani delle band glam rock costruite ad arte mettendo insieme gli stereotipi del genere – androginia e make-up abbondante in primis – e dall'altro mette tutto nella prospettiva del ridicolo facendo cantare l'allora giovanissimo batterista Terry Bozzio che dichiara la sua ossessione amorosa per le labbra di Punky Meadows, efebico leader degli oggi dimenticati Angel; nonostante Punky sia in realtà un “lui”, i propositi di Terry non si frenano (e qui vi rimando alla canzone).

[5]   Curiosità: la guida delle signore in questione era Tipper Gore, la moglie di Al Gore, oggi “illuminato e quasi venerato progressista e ambientalista”, in precedenza pure giornalista e soprattutto noto candidato democratico, sconfitto alle presidenziali USA da Bush-figlio nel 2000 per una manciata di voti. In risposta alla questione, tra l'altro pochi anni dopo l'orwelliano Central Scrutinizer di “Joe's Garage” (1979), Frank Zappa avrebbe tirato fuori l'album “Frank Zappa Meets the Mothers of Prevention” (1985) e soprattutto Porn Wars. L'intervento di Zappa al Senato americano lo potete trovare qui: http://downlode.org/Etext/zappa.html 

[6]   Sempre per mettere tutto nella giusta luce, Adrian Belew, di lì a poco avrebbe prestato i suoi talenti anche a Talking Heads e David Bowie e sarebbe diventato infine voce e la chitarra intrecciata a Robert Fripp nella devastante incarnazione Anni Ottanta dei King Crimson; Roy Estrada era lo storico bassista dei Mothers of Invention, ma con gli Anni Settanta non avrebbe più avuto un ruolo attivo nelle band di Frank Zappa: in Baby Snakes era un addetto alla magica confusione sul palco!

[7]   Una menzione d'onore oltre ai nominati va a Bill Murray ed Eddie Murphy. 

[8]   Digressione: visto che qui il grande quadro è quello dell'umorismo nella musica, suggerisco di cercare la routine dei “dueling banjos” eseguita da Steve Martin che è valentissimo banjoista, tanto da aver pubblicato negli anni numerosi album; nota a margine è che l'amore di Steve Martin per il banjo sarebbe dovuto al fatto che “è uno strumento su cui è impossibile suonare musica triste”.

[9]   Trovate l'episodio in “You Can't Do That on Stage Anymore? Vol. 3”, a minare felicemente l'esecuzione di Bobby Brown Goes Down e Keep It Greasey (ai curiosi facilito la vita: https://www.youtube.com/watch?v=fALSPFGBO9I).