Io sono una creatura morente - A cura di Demetrio Paolin



Io sono un uomo e penso alla mia morte.
Cerco di essere più preciso: sono un uomo in buona salute, lucido dal punto di vista mentale, soddisfatto nella vita privata e in quella lavorativa, e la morte è un pensiero costante. 
Vedo nella morte qualcosa di naturale, non la immagino con spavento, ma semplicemente come uno degli accadimenti normali della mia esistenza: morire è qualcosa di comune come lo è mangiare, bere, fare l’amore, respirare e scrivere. Questo non significa che sia un pensiero neutro, che non produca in me sentimenti contrastanti, soprattutto se penso ai miei cari, ma questo non toglie che spesso mi trovi a pensare a cosa sarà la mia morte non tanto come accadimento accidentale (un incidente, una fatalità), quanto per malattia. 
Ecco la malattia mi spaventa, soprattutto se è lunga e inesorabile. Mi chiedo spesso quale sia il limite per me accettabile e in che modo io possa non perdere la dignità del mio essere uomo. 

Io sono una creatura e in questo momento, ora che scrivo queste parole, seduto alla mia scrivania, la mia vita e la mia esistenza biologica coincidono; ma potrà esserci un giorno in cui ciò che io chiamo vita – la mia razionalità, il mio estro, il mio bagaglio di affetti e di cultura, la mia capacità di movimento e di creare relazioni – potrà venire meno. Esisterò, non essendo più me. 

Io questo non lo posso accettare, perché credo profondamente che ci sia qualcosa che trascende il mio essere terreno. Io non voglio che la mia vita si riduca a pura biologia.

Per questo motivo ho scritto un testamento biologico, in cui ho lasciato le mie volontà. Ora so benissimo che il testamento ha un valore puramente simbolico, e che dal punto legislativo esso sia praticamente nullo, ma credo che rappresenti sempre una mia volontà, scritta per giunta, che non può essere in nessun modo trascurata.

Non mi interessa entrare nel dibattito sul pro e contro l’eutanasia, perché il nodo decisivo per me sta da un’altra parte: io non credo che la vita appartenga a me o a dio (il suo mistero – quello del creatore del cielo e della terra – lo risolverò nel momento in cui i miei occhi terreni si chiuderanno), ma a chi rimane dopo la mia morte.

Ha senso porre fine a una vita, alla propria, sostenendo semplicemente la vita è mia e ne faccio ciò che voglio? 

Se questo assunto fosse vero allora non ci sarebbe differenza tra eutanasia e suicidio, ciò che il testamento biologico coglie profondamente è il senso di relazione: tra la mia vita e quella degli altri. Il testamento biologico dice che io ho una vita perché sono oggetto di amore di altri: la mia vita non è quindi mia, la mia vita è tale solo se ho la possibilità di relazionarmi.

Mi ricordo che durante il terribile dibattito sulla vicenda di Eluana Englaro, venne data una notizia tremenda; un qualche politico disse che Eluana era viva, e lo era perché avendo il mestruo poteva avere figli. Ecco questo è l’orrore di non capire che la vita, la vita di cui io parlo, non è un processo biologico, non è il semplice funzionamento del corpo, ma è qualcosa di realmente più profondo e di sacro. 

Sento già l’obiezione, ma se è sacra, vuol dire che non puoi decidere di porvi fine. Il termine sacro dice una cosa diversa: sacro è ciò che è separato da me, sacro è qualcosa che è oltre un limite che mi è sconosciuto. La mia vita è sacra perché essa ha a che fare con una dimensione che non sono io, che non è legata al funzionamento della macchina corporale; la mia vita è sacra perché è un luogo dove avviene amore, dove avviene bellezza, sofferenza, tristezza, rabbia disgusto e tenerezza. Può accadere che tutto questo groviglio di cose si perda, ecco nel momento in cui io perdo questo io penso che io diventi una semplice cosa funzionante ma vuota. E il mio desiderio è di morire in pienezza sentendo ciò che mi accade.

Io sono una creatura perché ho delle relazioni con altre creature, e alcune di queste relazioni sono relazioni amorose, profonde e mi hanno dato gioie e dolori, hanno modificato il mio modo di percepire il mondo e di viverci. 
Quindi la mia scelta non può prescindere da loro, anzi loro sono i più direttamente coinvolti. Io so di aver amato e di amare delle persone, ma non tutte le persone che ho amato possono decidere per me.

La persona che ho scelto, a cui lascio la mia eredità umana, non è solo una persona che amo molto e che mi ama, ma è una persona che si comporterebbe come se fosse me; e che deciderebbe del mio bene anche se non mi amasse più.
E sono certo di questo perché so che deciderà per amore e con responsabilità, perché amore e responsabilità sono in questo caso sinonimi. 
La persona che mi ama o mi ha amato e che sarà destinataria del mio testamento ha chiaro cosa voglio dire quando scrivo “io voglio vivere come una creatura, e voglio morire come una creatura” e si comporterà di conseguenza.
Ecco questa certezza è per me la cosa più prossima alla felicità, il momento in cui la spina nella mia carne si placa, è sapere di aver lasciato tutto in ordine, di aver avuto una vita, dove hai amato e sei stato amato. 

Per il resto c’è la misericordia di dio e del nulla.