Vivian Maier: la tata con la Rolleiflex - A cura di Pamela Proietti




Chi è Vivian Maier è la domanda che molti di voi avranno sentito o proferito da quando il nome di questo misterioso personaggio ha fatto capolino nelle gallerie insieme a volti più noti della Fotografia. I più fortunati avranno avuto anche la possibilità di ammirare i suoi scatti, a Milano, in una mostra presso la galleria Forma Meravigli (fino al 31 Gennaio 2016). Ma chi era questa donna che si è trasformata in un caso che accende ancora il dibattito su cosa sia o non sia arte nella Street Photography? Jonh Maloof, figlio di un rigattiere, fa luce su questo mistero.

Nell’inverno del 2007 Maloof, durante una ricerca di materiale relativa al libro che stava preparando su Chicago, si recò presso una casa d’aste e acquistò, per 380 dollari, il contenuto di un box espropriato dallo Stato a una donna che aveva smesso di pagare l’affitto. Mettendo ordine tra le tante cose rinvenute al suo interno, trovò una cassa contenente più di 150.000 negativi, pellicole non stampate e filmati in super 8. Il ragazzo, incuriosito dalla stravagante scoperta, decise di sviluppare alcuni rullini e fu così che le immagini catturate da Vivian Maier conobbero il suo primo estimatore.

Chi era Vivian Maier? Perché tutti quei rullini conservati senza essere mai stati sviluppati? A cosa doveva servire tutto quel materiale accumulato in un box poi abbandonato a se stesso? Cerchiamo di ricostruire la storia partendo proprio da ciò che fece John Maloof quando si rese conto di avere tra le mani un bene prezioso.
Maloof si mise alla ricerca dell’autrice catalogando tutto ciò che era contenuto nel box che aveva acquistato. Un’impresa titanica considerando la mole degli oggetti conservati: biglietti, scontrini, giornali, bollette, assegni di rimborsi fiscali mai incassati, vestiti e persino denti. Cominciò a sviluppare le fotografie e pubblicò su Flickr almeno duecento scatti prima di rendersi conto che da solo non ce l’avrebbe mai fatta. Provò a contattare alcune gallerie d’arte spedendo le fotografie da lui scansionate ma in risposta ebbe solo rifiuti. Che senso aveva farsi carico di un lavoro così oneroso riguardante un fotografo totalmente sconosciuto? Sviluppare centinaia di negativi non era nell’interesse delle gallerie, tantomeno dei musei.

Maloof non si diede per vinto. Incoraggiato dall’enorme successo avuto nella community di Flickr, continuò a mettere insieme l’opera della fotografa e dopo due anni, cercando su Google, s’imbatté finalmente in un dato concreto. Purtroppo la scoperta lo lasciò amareggiato. Arrivò tardi: quello che rintracciò fu il necrologio di Vivian Maier.
Ricostruì la storia di questa donna da un indirizzo che riuscì a recuperare: bambinaia.
Maloof contattò i "suoi bambini".

Chi era Vivian Maier? Perché aveva fatto così tante fotografie? E soprattutto, perché non aveva mai mostrato i suoi lavori? Le famiglie presso le quali aveva lavorato come governante e tata lo aiutarono a rispondere a questi interrogativi.

Vivian Maier era una donna insolita. Se ne andava in giro con cappotti enormi, cappelli di feltro, stivali, su una bicicletta a motore che la faceva somigliare alla strega cattiva dell’ovest. Aveva un’andatura pesante e la macchina fotografica, una Rolleiflex 6x6 quadrata, perennemente al collo. Con il suo carattere, Vivian rientrava pienamente nel profilo appartenente ai fotografi di strada: persone solitarie e al contempo sociali, capaci di entrare nello spazio del soggetto fotografato restando nel proprio. La Rollei in questo la aiutava molto, permettendole di non inquadrare frontalmente i soggetti e fornendole la giusta discrezione. Era una donna consapevole dell’epoca in cui viveva. Spesso portava con sè un registratore e faceva domande alle persone che incrociava sulla sua strada registrando le loro opinioni riguardanti fatti di cronaca, politica, economia. Una specie di giornalista. Collezionava cassette audio e film in 8 e 16 mm sui bambini che accudiva ma anche interviste al supermercato o su strada. Li realizzava e li metteva via senza mostrarli a nessuno.

Maloof si appassionò alla storia della vita di Vivian Maier e non di meno alla sua opera fotografica. Cercò di nuovo aiuto contattando il MoMA di New York, il Met e altri musei e gallerie maggiori ma ancora una volta ricevette lettere di rifiuto. Alla fine decise di organizzare una mostra da solo con la collaborazione del Centro Culturale di Chicago. Fu un successo! Ci fu una grande affluenza: il nome di Vivian Maier e la sua opera iniziarono a circolare nel mondo dell’arte fotografica.
John Maloof continuò le sue ricerche intervistando alcune famiglie che l’avevano accolta in casa come governante, ma soprattutto con i bambini – ora adulti – dei quali si era occupata.

Il ritratto che ne venne fuori fu quello di una donna notevolmente al di sopra delle righe. La Maier era una persona riservata fino a rasentare la paranoia. Faceva mettere una serratura o un lucchetto alla stanza che le veniva assegnata nelle case in cui lavorava. Nessuno poteva entrare nel suo privato. In ogni trasloco si portava dietro un numero considerevole di scatoloni che con il passare degli anni divenne ingestibile. Forse era un’accumulatrice seriale ma affermarlo sarebbe stata una congettura nonostante conservasse tutti i quotidiani riempiendo la sua stanza fino al soffitto, e obbligando il padrone di casa a mettere una trave a sostegno del solaio.
Amava leggere i giornali. Le piacevano le storie bizzarre che rivelavano la follia dell’umanità, caratteristica che risalta anche nelle sue fotografie dove l’incongruenza nella vita e la sgradevolezza degli esseri umani è ben messa in evidenza dal suo sguardo.
Era dogmatica con i bambini, si faceva chiamare signorina Maier. Spesso li trascinava con sé in quartieri malfamati dove andava a scattare fotografie. A volte rovistava nella spazzatura alla ricerca di oggetti da riutilizzare. Nonostante questo quadro, lontano dalla veste di Mary Poppins che qualcuno vorrebbe cucirle addosso, i bambini adoravano andare con lei “all’avventura”.
Non tutti i bambini però conservarono bei ricordi. Dalle testimonianze rintracciate da Maloof, emerse anche un lato non molto chiaro della personalità di Vivian. Ci furono incidenti. Incidenti che non furono affatto incidenti: giocattoli distrutti di proposito, punizioni che andavano dalla segregazione del bimbo nel seminterrato alla somministrazione forzata di cibo fino al soffocamento. Alcuni parlarono di maltrattamenti fisici e psicologici.

E dunque chi era Vivian Maier? Perché faceva la babysitter? Perché teneva nascosta la sua intelligenza ed il suo punto di vista sul mondo? Alcune testimonianze raccontano che ad un certo punto della sua vita iniziò a firmarsi con varianti del suo nome. A chi le chiedeva come si chiamasse dava un nome falso. Se qualcuno le chiedeva spiegazioni rispondeva: “Sono una specie di spia”. Anche il suo accento francese fu motivo di discussione. Era vero e l’aveva perso vivendo in America? Oppure era falso, volutamente messo in evidenza? La verità è che neanche le persone che le diedero lavoro conoscevano la sua vita.

Vivian Maier nacque a New York il 01/02/1926. L’intera famiglia era avvolta nel mistero. Il padre uscì di scena molto presto; la madre, francese, dopo la nascita della figlia tornò a Saint Julien en Champsaur con Vivian. Aveva anche un fratello maggiore ma di lui non si hanno notizie certe. Quando ritornò a New York Vivian iniziò a lavorare in una fabbrica tessile ma si rese subito conto che quel posto chiuso non faceva per lei. Voleva stare all’aperto, in mezzo alla gente. Riflettendo su come avrebbe potuto ottenere un alloggio, un lavoro non duro, tempo libero e libertà, le venne l’idea di fare la bambinaia.

Maloof decise di intraprendere un viaggio in Europa per cercare informazioni sulle sue origini. Attraverso alcune fotografie ritrovate nel box fece delle ricerche su Internet finché non riconobbe in rete quel piccolo paese tra le Alpi francesi, Saint Julien en Champsaur. Negli anni cinquanta le persone non andavano in giro a scattare fotografie e quando Maloof interrogò gli abitanti del posto molti si ricordarono di quella donna strana che aveva una macchina fotografica sempre al collo. Trovò anche una lettera scritta dalla Maier dove proponeva ad un fotografo del luogo di stampare le sue fotografie. Pensava quindi che i suoi scatti fossero buoni.
Da tempo Maloof si era imbattuto nella questione morale che derivava dalle sue azioni. Una donna così chiusa, forse non avrebbe gradito i riflettori puntati sulla sua vita; forse avrebbe ritenuto una grave intrusione portare alla luce le sue fotografie, i suoi nastri registrati. Probabilmente non avrebbe mai messo la sua vita e quella dei suoi bambini in mostra.
Quella lettera lo aiutò a dipanare i suoi dubbi.

Nel 1959 Vivian Maier disse alla famiglia Gensburg (suoi datori di lavoro per 17 anni) che voleva vedere il mondo. Chiese le ferie e iniziò a viaggiare seguendo un itinerario che la portò in Italia, in Thailandia, in India, in Egitto, nello Yemen e nel Sud America. Un viaggio che durò sei mesi e durante il quale si mosse sempre da sola. Le fotografie scattate in quel periodo della sua vita sono un ritratto molto vivido della cultura orientale ed occidentale.

Eppure, per John Maloof far entrare Vivian Maier nel mondo artistico si rivelò un’impresa tutt’altro che facile. Trattandosi di fotografie non stampate, quindi un lavoro incompleto, il primo problema che sorse fu: come interpretare l’opera dell’artista? Quanto può essere contaminata durante il processo di stampa?
Naturalmente non mancano nella storia grandi nomi di fotografi la cui fama è postuma, tra i tanti Eugène Atget e Garry Winogrand che sono stati accolti proprio dal museo che ha rifiutato Vivian Maier, il MoMa. E non mancano all’appello nomi del calibro di Henri Cartier-Bresson che non amava la fase della stampa e la affidava ad altri. Questo per dire: cosa impedisce di riconoscere l’arte di Vivian Maier? È possibile che il mistero intorno alla sua figura sia più interessante della sua opera?

Vivian non aveva amici e non parlava di sé con nessuno. Era una persona autoritaria, a volte maleducata, eccentrica e stravagante agli occhi della gente. Non si era mai sposata; era disgustata dagli uomini. Aveva paura di essere toccata. Le persone che la conobbero raccontarono a Maloof che forse era stata vittima di molestie o di un’aggressione.
Era una donna paranoica. Con il passare degli anni lo divenne fino a credere che qualcuno la controllasse. Sistemava le sue cose in un modo che – se fossero state spostate – se ne sarebbe accorta subito.

Come sarebbe stata la sua vita se avesse mostrato il suo lato artistico?

In vecchiaia Vivian Maier si ritirò a vita solitaria. Quando i fratelli Gensburg (una delle famiglie per cui aveva lavorato più a lungo e con cui era rimasta in contatto marginalmente) riuscirono a rintracciarla, faceva una vita da indigente. Si occuparono di lei procurandole un appartamento e sostenendola nelle spese.
Per le persone del quartiere era un personaggio bizzarro, divertente, di poche parole. Frugava nei cassonetti e parlava in francese. Aveva l’abitudine di starsene su una panchina nel parco. Non sapevano nulla di lei. Era una donna malata, sola e fraintesa. Morì nel 2009, senza sapere che John Maloof la stava cercando da due anni per poterla incontrare e discutere del valore della sua opera.

Vivian Maier non si reputava artista. Scattava fotografie senza preoccuparsi del risultato finale e di rispettare i canoni convenzionali; mostrava una forte attenzione per la tragedia umana. Poteva entrare nello spazio di uno sconosciuto e farlo sentire a suo agio dando vita al momento in cui due presenze vibrano all’unisono.
Gran parte dell’establishment nel mondo artistico non ha ancora accolto la sua opera ma alle persone non importa e continuano ad andare alle sue mostre. Le sue fotografie sono oggi esposte nelle gallerie di New York, Los Angeles, Londra, Germania, Danimarca e Italia.
Probabilmente Vivian non corrisponde allo status a cui le persone ambiscono, ma faceva quello che voleva. E questo è l’insegnamento che ha lasciato ai suoi bambini: fate la vita che volete.



                    


Le immagini sono prese dal sito http://www.vivianmaier.com/



Per info sulla Mostra a Milano presso la Galleria Forma Meravigli:
http://www.formafoto.it/la-visita/


Proiezioni del documentario
Alla ricerca di Vivian Maier di John Maloof e Charlie Siskel:

Firenze — cinema Spazio Uno.
In programmazione Mercoledì 20/01 e Lunedì 25/01
Ore: 16:00 – 17:40 – 19:20 – 21:00 – 22:30
Biglietto: € 5,00

Roma — cinema Quirinetta
Lunedì 8 febbraio h.18,30
introduce Paolo Soriani, fotografo e docente alla John Cabot University.
Biglietti: 7 euro disponibili al botteghino del Quirinetta
Via Marco Minghetti 5 Roma
www.quirinetta.com
info@quirinetta.com

Il film è proiettato in lingua originale con sottotitoli in italiano.


Altre informazioni
sulla Pagina Facebook Alla ricerca di Vivian Maier.


Trailer del documentario Alla ricerca di Vivian Maier: