Al margine di un margine - A cura di Stefania Iacobelli


















"Butta i portacolori dei compagni dalla finestra, litiga continuamente con tutti, è aggressivo e violento, non fa nulla, non si impegna neanche un po', l'hanno messo all'ultimo banco ma e peggio...".
Ricevo queste parole come pugnalate silenziose e francamente non so se mi arrivano da Claudio, dalla mia frustrazione, dalla consapevolezza del fallimento di un intero sistema. Cerco di rimuovere il ricordo di questo bambino, della sua immagine in un ultimo banco di una prima media qualsiasi ma ormai si è insinuato come un tarlo, mi accompagna casa passo dopo passo, fa con me le scale e mi segue anche in cucina dove mi vedo costretta ad arrendermi, a cedere le armi della resistenza e a dedicargli tutti i pensieri necessari per capire.
Sono tanti i ragazzi definiti difficili che nel passaggio da un ordine di scuola a un altro si perdono per strada, perdono i piccoli e fragili riferimenti con le figure adulte che avevano ormai imparato a conoscerli e ad apprezzarli, a saperli prendere, perdono la certezza di un gruppo/classe rassicurante nelle sue dinamiche divenute familiari.
L'esperienza mi dice che proprio loro, tanto bulletti quanto fragili, non resistono al passaggio e tentano maldestramente e disperatamente di far valere il loro esserci e lo fanno sottovalutando se stessi e la possibilità di farsi conoscere nelle loro emozioni più vere e reali.
Ma Claudio continua a bussare nel mio cervello e a chiedere ragioni.
La sua emarginazione comincia prima, il suo essere oscilla ancora su un margine ancora più delicato e sottile, impercettibile, che lo isola anche dal mondo dei ragazzi che, per una serie di motivi che tutti conosciamo, diventano difficili.
Ci sono tutti gli ingredienti per chiudere la partita e dire a questo bambino -oramai ragazzo- che adesso riposi in pace nel suo ultimo banco, che si rassegni alle statistiche che già sapevano di lui prima che nascesse, che mi lasci in pace e mi dia la possibilità di ovattare le orecchie e imbellettare la mia coscienza che ha da distribuire le sue colpe a un intero sistema scolastico che sembra sempre più organizzato più per emarginare che per integrare.
Ancora, però, non mi lascia in pace. Lo vedo lì, seduto, che mi rimprovera con gli occhi; lo vedo in quel contesto che non ha nulla a che vedere con lui e con le abilità che è riuscito a raggiungere. Che deve fare se appena sa scrivere il suo nome, se appena sillaba, se i suoi disegni hanno ancora i tratti dell'uomo testone? Lo immagino alle prese con gli innumerevoli libri difficili anche da sfogliare, pesanti nella loro impaginazione, completamente scollegati dall'ultimo libro usato alle elementari. Lo immagino alle prese con insegnati nuovi che non sanno la sua storia, che forse lo giudicano perché non sa leggere e scrivere, che cambiano da un'ora all'altra e con ognuno l'esperienza dell'inadeguatezza si ripete da capo.
E, mentre lo immagino, mi sento ancora più colpevole.
Colpevole per non avere fatto tesoro della sua diversità -che non so definire, della sua unicità. Un'unicità che è diventata pian piano un altro margine entro cui muoversi: il pianeta Claudio.
Claudio parla da solo sotto il banco e si racconta storie giocando con fragili castelli di cartone, ti guarda e ti accorgi che solo a poco poco sta ritornando da un mondo che non è quello della classe; capace di trasformarsi in lupo es essere lupo nello sguardo, nel ringhiare, nello spostarsi nella stanza, fino da far venire i brividi per l'impressione suscitata; capace di farmi spazientire all'idea che in classe ci fosse un cane vero e capire che è uno scherzo, solo quando con la faccia divertita mi ripete il verso del guaito.
Anche all'interno del tuo quartiere cosiddetto difficile, Claudio, sei ai margini. Ai margini di un margine. Al confine di un mondo meraviglioso che non siamo stati in grado di esplorare.