Il carnefice e la vittima, storia di una foto - A cura di Demetrio Paolin




L’immagine della vittima ci è usuale. Per quanto disturbante e faticosa da sopportare è qualcosa a cui abbiamo fatto l’abitudine. Parlo, in questo caso, letteralmente di immagine cioè di fotografie o video che mostrano la vittima di abuso subito.

L’esempio più eclatante è quello di Stefano Cucchi e delle foto che ritraggono il suo corpo magro, livido e rigido, la bocca spalancata in uno spasmo, come se il respiro si fosse solidificato in una pietra invisibile tra le labbra e gli occhi violacei. La sua figura è divenuta come quella del Cristo morto di Holbein, o quello de La crocefissione di Grunewald; è divenuta una icona, una allegoria della sofferenza che si incarna nel corpo morto di quel ragazzo.

Prima di Cucchi ci furono altre foto così, tutti possiamo ricordare Moro e le foto della sua prigionia, o le foto di Roberto Peci.

La vittima è adatta per una foto, è come se producesse con il suo destino, la possibilità di diventare un’opera d’arte, o qualcosa di simile all’opera d’arte: in questo caso è eclatante il caso del piccolo Aylan.

Di bambini raccolti cadavere lungo le spiaggie se ne possono contare centinaia, perché quella foto ci ha colpito? Perché quella foto ha prodotto in noi una sorta di spostamento del sentimento della pietà? La risposta è che quella foto è bella: ha equilibrio nei colori, il bimbo è messo in una posizione comune, come se dormisse, è ben vestito, non ha l’aria da disperato fuggito da una guerra.

Anche il ritratto di Cucchi tocca qualcosa di simile, e porta alla mente le scene rinascimentali delle crocifissioni.

Nei mesi scorsi, però, è successa una cosa che ha come protagonista proprio la sorella di Cucchi, Ilaria. Cosa ha fatto? Ha preso una foto di uno dei poliziotti indagati per la morte di suo fratello e l’ha postata rendendola pubblica sui social network.

Non voglio entrare nel merito se ha fatto o bene o male, a me interessa un’altra cosa che non so se Ilaria Cucchi ha fatto a ragion veduta o invece in maniera totalmente inconsapevole: ci ha mostrato la foto di un carnefice. Attenzione, non l’immagine di un carnefice dietro le sbarre, arrestato, o ucciso (quelle le abbiamo: penso a piazzale Loreto), ma un carnefice nel pieno vigore delle sue forze.

La foto postata dalla Cucchi mi ha colpito per quell’eccesso di salute e spavalderia che emanava. Era il tipico scatto da vacanza al mare, l’uomo è in costume e si mostra davanti all’obiettivo, non sappiamo quanto ironicamente, come un culturista, mettendo in mostra il proprio corpo.

Il corpo sano del carnefice e il corpo disfatto della vittima: io posso immaginare quelle braccia, che ora sono abbronzate e sudate al sole, stringere il corpo di Cucchi. Lo prendono da dietro in una sorta di morsa e lo tengono fermo. Il corpo di Cucchi non respira quasi, immagino il busto dell’uomo appoggiarsi a quello del ragazzo. Le ricordate le vertebre sporgenti delle foto? Pensatele a contatto con quegli addominali scolpiti. Immaginiamo il viso di Cucchi magro, le guance scavate della fame, e invece questo viso sorridente, sfrontato pieno di vita, che lo sovrasta dietro. L’uomo lo tiene fermo e poi un compagno gli dà il cambio. Ora le mani, quelle che si vedono curate e strette per far guizzare il muscolo dell’avambraccio e del braccio, diventano un pungo e colpiscono il corpo del ragazzo.

La foto postata da Ilaria si anima nella mia testa, so che non è così ma potrebbe esserlo. Questo uomo, il giorno prima di andare al mare, ha massacrato di botte un ragazzo, non abbiamo nessuna idea del perché lo abbia fatto – le foto hanno questa potenza di togliere la profondità, di privarci della psicologia e di lasciarci con il nudo evento davanti a noi – ma l’ha preso a botte insieme ad altri. Poi in spiaggia fa lo smargiasso con le donne, con le ragazzine che hanno 15 anni e portano il costume micro, lui si mette in mostra e se io fossi lì sulla battigia, vedendo una situazione del genere, farei quello che faccio di solito con mia moglie: lo prenderei in giro, ne imiterei le fattezze e i movimenti facendone una caricatura.

Io faccio la caricatura di un assassino, inconsapevolmente; questo è terribile nei carnefici: non si mostrano, sono proteiformi e non hanno una vera e propria forma d’essere.

La vittima è chiara, la vittima è disegnata con un gessetto sul pavimento, è fotografata, è messa in mostra. Il carnefice è uno spazio vuoto, enorme: il carnefice è qualcosa che è più recondito e nascosto del male che commette. Il male che compie, il dolore che provoca diventano niente rispetto al suo essere così come è completamente vuoto e assente; come se infine anche il male si riversasse tutto nella vittima, nella sua carne tumefatta, e il carnefice diventasse un involucro senza nulla dentro. Lo guardiamo e in quel sorriso disarmato davanti alla macchina fotografica ci dice che del mondo né il bene, né il male compiuto, né la gioia né il dolore, né l’ingiustizia o l’ignominia rimarranno, ma solo un nulla siderale a cui infine tutti – vittime o carnefici - ci inchineremo.