Uno sciamanesimo modernizzato: il fenomeno rave - A cura di Bianca Bosatra




“Il raver è un essere libero, esigente, ma spesso un po’ perso, poiché non è facile tracciarsi un cammino in una società senza luci”.

È così che Georges Lapassade commenta la figura moderna che prende parte ai raves, raduni che hanno seguito la scia delle feste Hippie verso gli anni ‘80.
Il rave è fondato sull’iperstimolazione, il suo fine è l’ebrezza collettiva, la creazione di un mondo utopico, la fuga dal quotidiano. Non è più solitudine, silenzio, ma è intensità sonora e movimento. Analizzando la storia, però, che nasconde società, mentalità e cerimonie differenti tra loro, possiamo osservare come l’uomo tenda da sempre ad isolarsi, a cercare uno spazio dedicato solo a sé stesso, vediamo un uomo bisognoso di un mondo diverso, che necessita di evadere dalla realtà per cercare nuovi stimoli e nuove esperienze. Un esempio affine, cronologicamente precedente al rave, è senza dubbio il rituale dell’estasi collettiva: come nelle moderne feste illegali, l’obiettivo è quello di creare un entusiasmo collettivo, in cui “l’estasi è nello stesso tempo mezzo e fine di questo risveglio spirituale” (Robert Hertz).
Nelle sette, un ruolo fondamentale lo ricopre la folla, che si ritrova in luoghi isolati, lontani da occhi indiscreti e sempre e solo durante la notte, esattamente come nei rave. I membri delle sette appartengono ad un ceto basso della società, sono per lo più gli oppressi, gli esclusi, gli emarginati, tutti coloro che non hanno mai avuto voce all’interno della società e che hanno bisogno di sentirsi parte di qualcosa, anche se quel qualcosa è invisibile di giorno. Solo all’interno della setta questa minoranza si sente protetta, si sente sé stessa, a casa. Il fenomeno rave nasce esattamente con gli stessi presupposti e con lo stesso desiderio delle sette: non sentirsi più inferiori a nessuno, ma sentirsi tutti uguali, uniti dal repetitive beat.
Nella Gente Di Dio, una setta religiosa di origine russa, è curioso come per i membri l’ignoranza sia più un merito che un difetto, perché lo è anche per i ravers: i partecipanti non devono essere coscienti, ma solo persi nella loro trance, senza preoccuparsi del tempo che passa, dell’ormai insensibile sofferenza, della paura e della realtà, che quasi non esiste più. Si ritrovano ad essere in balia di eventi, diventano schiavi dei repetitive beats. Non devono chiedersi quali siano gli effetti e i rischi che MDMA, LSD, Ketamina, Cocaina possono portare. Non devono pensare affatto (E, per fare polemica, chiedo: sarà per questo che nelle scuole non si affrontano questi temi con i ragazzi?).
In modo analogo nei rave, “la religione della Gente di Dio mette in esercizio il loro essere tutto intero, fisico e morale, la loro ingenua immaginazione, il loro istinto drammatico, e perfino la loro energia muscolare. La setta è come se restituisse voce e movimento al popolo riunito in assemblea e fa di esso il vero officiante del culto.” (G. Lapassade)
Nei rituali, e parallelamente nei rave, le ore di musica e di danze si protraggono fino all’alba, così che i partecipanti possano raggiungere uno stato intenso di trance e vivere allucinazioni. Non è un caso, infatti, che al sorgere del nuovo giorno i rituali gnaua (pratiche magrebine) evocano gli spiriti femminili contrassegnati dal coloro giallo, come quello dell’alba.
In presenza di questi elementi, è facile mettere in dubbio l’originalità del rave come nuovo fenomeno dei nostri anni, ma ci inducono invece ad ipotizzare che sia una rivisitazione inconscia, una modernizzazione quasi casuale dei rituali che appartengono al passato, estinti o meno. Come spiega Robert Hertz commentando il saggio di “Le forme elementari della vita religiosa” di Durkheim, “è probabile che qui ci troviamo in presenza di un fenomeno che non è affatto legato a questo o a quel credo particolare, ma che si riproduce tutte le volte che è data una certa condizione sociale e mentale.”
Lo stato di trance, in Europa, viene vietato dalla chiesa Cattolica nel XVI secolo, portando all’estinzione tutti i rituali religiosi considerati “maledetti”. A volte questa negazione è perfino sfociata nell’isteria per il popolo degli oppressi. È forse da questo momento che nuovi fenomeni e movimenti illegali hanno preso vita, in una silenziosa protesta contro le regole del “normale”.
Nei rave, per raggiungere la trance, non è necessario solo il setting, ovvero tutti i fattori esterni che circondano il raver, come musica, droghe, scenografia, luci, ma è necessaria una certa predisposizione, il set, del raver nel lasciarsi andare e nel lasciarsi trasportare in questo viaggio verso un mondo che non c’è. Anche nelle pratiche religiose è così, infatti la musica e le danze non bastano per poter accedere allo stato di trance. L’adepto del raduno deve sollevarsi sopra gli altri, sentire quella forza impersonale di suggestione. Un aspetto che influisce sull’atteggiamento del partecipante al rave è la folla: Scipio Sighele e Gustave Le Bon, con “La folla delinquente” e “Psicologie des foules”, studiano e analizzano gli effetti che la massa produce sull’individuo e sostengono che il risultato sia ipnotico e che inviti ulteriormente allo smarrimento del raver.
I repetitive beats che suonano nei luoghi isolati dei raves sembrano esser stati adottati dal ritmo ipnotico e incisivo dei tamburi brasiliani delle macumbe, pratiche religiose di origini africane. L’unica differenza che si può intravedere tra il rave e il rituale religioso è il canto: nelle pratiche il canto di litanie è essenziale, l’invocazione religiosa è imprescindibile per la raggiunta della trance, mentre nel contesto techno questo elemento è completamente assente, rendendo questo genere non solo originale, ma anche introduttore di novità se comparato ad antiche usanze.
Il rave, come il rituale, rimane un’importante espressione umana che trova le sue origini nella storia antica. L’allusione a uno sciamanesimo, seppur rinnovato e decontestualizzato dal passato, è fortemente presente nel fenomeno rave.
Se l’uomo di Neanderthal si è alzato in piedi per diventare Homo Sapiens, il raver di oggi è l’evoluzione dell’adepto di antiche sette?