Il paziente crede di essere - Marco Giovenale: presentazione alla libreria Fahrenheit 451





Oggi, 28 aprile 2016 alle 18:30 
presso la libreria Fahrenheit 451 

Fabrizio Miliucci 
presenta le prose e i microracconti del libro 

Il paziente crede di essere

di Marco Giovenale 
(Gorilla sapiens, 2016).

Interverrà con alcune annotazioni Lidia Riviello





Il paziente crede di essere (un’aquila in volo, un aerostato, un inseguito, una linea in terra, un testimone di eventi raccapriccianti, un treno giocattolo, un’operazione di salvataggio), il paziente si svuota, si scompone, si ricompone, si sveste, colleziona orologi guasti, a sua volta si guasta, si assembla, si disperde.
Giocando con le potenzialità del reale e dell’irreale, queste fiabe crudeli, allucinatorie, si propongono di forzare i nessi logici, manipolare gli oggetti e lo spazio, scardinare sequenzialità e quotidianità per dare origine a un disordine controllato e creare situazioni, luoghi e personaggi devianti.

Copertina di Fatomale (Jacopo Oliveri).
Uscita in libreria: 24 marzo 2016.



Nota di Renato Barilli:

La settimana scorsa ho condotto una specie di esame di coscienza per elencare i miei rapporti con la ricerca in poesia, certamente più rari di quanto non mi sia avvenuto con l’ambito della narrativa, ma non del tutto inesistenti. Posso continuare nell’esame lasciando il secolo scorso e avventurandomi nel nuovo già da tempo iniziato, che nel settore a me caro della ricerca ha significato l’espulsione da Reggio Emilia e dal suo RicercaRE per andare a reimpiantare i nostri Penati in quel di Bologna, con la variante denominata RicercaBO, dove forse la narrativa non è stata più così sicura e dominante come nella fase anteriore, anche se sono comparsi autori di tutto riguardo come Vasta, Greco, Marino, Maino, Giorgi, Bottici, senza però che si sia manifestato un tratto dominante, distintivo rispetto allo squadrone dei “Narrative invaders” degli anni Novanta. Abbondante invece e sempre di buon livello la presenza degli esercizi in poesia, con un suo allargarsi sulla pagina, divenuta sempre più uno spartito pronto per esecuzioni orali, sempre ben attenta a evitare un facile lirismo, a praticare un lessico audace, una spezzatura e sprezzatura dei consueti legami sintattici, con qualche inserimento di intraverbalità, e via dicendo. Il tutto però senza costituire una vistosa emersione tale da poter essere battezzata con qualche nuove termine. Però, una forte emersione c’è stata, legata al nome di Marco Giovenale, dapprima apparso come partecipante in proprio, poi come procacciatore di talenti, a cominciare dai compagni di via uniti a lui in un esperimento finalmente originale, concentrato nell’antologia “Prosa in prosa”, una specie di “en plein”, di tentativo di cumulare i pregi della narrazione con quelli della sua sorella-antagonista. Ora proprio con l’uscita di due volumetti Giovenale mi consente di verificare l’uno e l’altro di questi aspetti. “Maniera nera” contiene buone prove di poesia, che però mi sembra non superino uno standard abbastanza stabilito, perfino accostabile al fare sentenzioso, ma maliziosamente rotto e “tagliato” con vocaboli e frasi appartenenti a contesti diversi, quale in definitiva ho riscontrato domenica scorsa nell’ultima produzione di Cesare Viviani. Ma l’Autore si presenta pure con un secondo volume dove già il titolo è una dichiarazione di poetica, ovvero di fedeltà alla causa così innovativa della “Prosa in prosa”, basta riportarlo. “ Il paziente crede di essere”, col che si chiede la collaborazione di noi lettori. Si tratta infatti, in linea generale, di una narrativa che si concede un gran numero di vantaggi, proprio quella libertà, spirito bizzarro, dissacrante, che fa la differenza tra i due generi, ma che però condanna il continente poesia a una certa evasività e leggerezza costitutive, come un alzarsi da tavola per andarsene a zonzo. Invece la pseudo-narrazione di questa poetica alternativa finge di stare al gioco, cioè di mettere le carte in tavola, ma senza preoccuparsi di dare loro un seguito coerente, e anzi, quasi dichiarando una propria impotenza a questo proposito, preferisce che sia l’interlocutore, l’altro giocatore assiso al tavolo, a calare la sua carta, o ad aggiungere il pezzo di un domino. Si potrebbe pensare anche al gioco enigmistico noto come “questo l’ho fatto io”, dove il redattore si limita a offrire uno schema grafico che poi il fruitore è libero di completare a modo suo. Così facendo il “prosatore” ha la facoltà di frequentare tutti i possibili generi: il noir, il giallo, il surreale, il trash, il kitsch, cavandosene poi fuori con abili e pronte mosse, e premettendo al tutto una avvertenza, sul tipo: “ma non è una cosa seria”. Diciamo anche che in tal modo una pratica di questo genere assume una grande eredità della nostra migliore tradizione, quella dell’asse che da Palazzeschi e dal suo “Codice di Perelà” procede verso Campanile e Zavattini. Aggiungiamo che il demone della brevità, ovvero, ancora una volta, un privilegio della poesia, ma adattato alla prosa, consente a prove di questa natura di dribblare le difficoltà sempre più gravanti sul cartaceo, e di risultare invece magnificamente adatte per confluire direttamente nella rete. Potremo giocare, “chattare” da un Paese, da un Oceano all’altro, tutti invitati a partecipare a questo calviniano “Castello dei destini incrociati”.



Un estratto inedito del libro tratto da Nazione Indiana 

(altri estratti sono reperibili sempre su Nazione Indiana e Carteggi letterari cliccando su questi links:

http://www.nazioneindiana.com/2016/02/07/marco-giovenale-il-paziente-crede-di-essere/

http://www.carteggiletterari.it/2016/02/13/il-paziente-crede-di-essere/):


Difesa

Difficile si possano contare. Poi sono migliaia, centinaia di migliaia. Una fascia sterminata: sono tantissimi. Braccia e gomiti legati a difendere. Sono tutti allacciati insieme.

Corpi vincolati come facendo una cortina continua di carne. Sono questo; e dunque darsi il compito di contarli è piuttosto puerile.

Proteggono quella cosa che sarebbe – in descrizioni favolose – l’entroterra. (Che loro non vedono). Difendono il perimetro, l’intorno, fanno insomma una cintura viva. Come le canzoni (melense). Si sporgono, a volta a volta sono schiodati via, singolarmente, uno o l’altro, chi perché indebolito, chi perché bruciato dal colorante di un succo di frutta che poi grazie a lui viene bandito, chi per fame, chi per prodotti scaduti che l’autorità rileva appunto grazie alla morte; chi semplicemente si abbatte e lascia perdere. (Perché dovrei difendere quello che non conosco? Sono usato).

Altre volte le stesse autorità fanno pulizia, perché molti defunti o colpiti e comatosi restano abbarbicati per inerzia, scrupoli, parenti, croste calcificate. Passano i tagliatori, allora, danno un colpo secco con la pala agli inguini, di taglio, come succede nei romanzi. Se il colpito è ancora vivo, si stacca da sé e viene via. Altrimenti c’è da iniziare il lavoro nei dettagli.

Le aggressioni esterne e gli imprevisti sono continui. I caduti sono rimpiazzati e c’è gioia in chi sta in prima fila o linea, nella cinta di difesa. La città così è protetta, e non completamente vuota, come sembrava


Un'annotazione personalissima su Slowforward:







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