Il paziente crede di essere - Marco Giovenale. A cura di Pamela Proietti



Si è tenuta in questi giorni a Roma la presentazione del libro Il paziente crede di essere di Marco Giovenale, una raccolta di prose brevi che l’autore ha voluto riunire in un volume unico dato alle stampe per i tipi di Gorilla Sapiens Edizioni.
Il libro si compone di tre parti: Sequenza, Differenze, Ultima. I testi sono stati raccolti in ordine cronologico, partendo dalle prose che l’autore ha scritto negli anni ’90, passando per il materiale utilizzato per il progetto Prosa in Prosa, fino ad arrivare ai lavori degli ultimi anni.
Un viaggio nella scrittura di Giovenale che sin dalla prima pagina, mette il lettore di fronte a ciò che lo attende affidando l’ouverture a un pezzo collocato al di fuori delle suddette divisioni, misteriosamente in corsivo, il cui titolo è racchiuso tra due parentesi quadre: Init. 


Entrando nel vivo delle prose emerge l’elemento che sarà il leitmotiv del libro: l’autore spinge le storie all’estremo, fino al paradosso e, attuando un ribaltamento della visione, mostra come il paradosso sia – in realtà – la realtà stessa. La scrittura sembra cedere il passo alla comicità ma è una comicità che non si perfeziona perché di fatto porta ad altra scrittura. Cosa accade? È il senso a essere costantemente preso di mira. Quel senso che il lettore crede di afferrare ma che in ultimo sfugge trasformando la visione in un possibile che spiazza. Un senso che, reso grottesco fino ad arrivare a essere insensato, non viene a mancare: resta intatto. Giovenale riesce a sabotare la logica, indebolendo la tenuta delle parole senza perdersi in un'astrazione. Non utilizza metafore. Attivando un gioco di specchi tra soggetto e oggetto, evoca realtà mentre lo scemare in comicità della scrittura interviene a suturare la frattura tra parole e cose, tra linguaggio e mondo. Interessante qui come il verbo scemare perda la sua accezione originaria per farsi passaggio: non si verifica una riduzione. All’interno della scrittura le diverse direzioni innescate dall’autore non portano a una divisione ma instaurano un rimbalzo intra-testuale che non si esaurisce, e produce così un gioco di lingua che mantiene sempre viva la tensione della prosa.

Ma Il paziente crede di essere, questo paziente nominato e che resta ignoto, che ruolo gioca tra le mani di Giovenale? La sensazione è di trovarsi al cospetto di un mulinello, un vortice. Una sensazione che acquisisce forza nell’oralità delle prose in cui l’autore ci coinvolge – ne è esempio la lettura di Senza titolo – dove si ha l'impressione di girare insieme al testo: una giravolta che ci permette di toccare con mano quel disordine controllato al quale Giovenale ha dato origine. E dunque, il paziente crede di essere? E, soprattutto, cosa vuole essere?


 


Letture da Il paziente crede di essere - Marco Giovenale





Alcuni estratti inediti tratti da Il paziente crede di essere:


Dei cerchi

A volte compaiono dei cerchi nell’aria, delle dolci sfere. Hanno una superficie lucida, cangiante, specchiante. Sono le bolle di sapone, scoppiano.

Se invece fanno scoppiare l’incauto osservatore, essi sono gli alieni, sono provvisti di spietate armi laser.

Ci si trova ad un bivio interpretativo


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Filmetto ma solo 1 scena


Parcheggia molto vicino al bordo, troppo vicino al bordo, al punto che aprendo lo sportello si sbilancerebbe tutto verso il baratro. Quindi esce dall’altro sportello, ma allora è il baratro che gli si sbilancia tutto addosso


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trama

scappano dalla lucertola gigante in taxi, un taxi costoso molto malandato molto veloce. del resto la fuga è problematica al punto da causare severissimi danni e incidenti mortali che però importano chiaramente meno.

la lucertola minaccia con arroganza i tornado e la swat e, come tutte le lucertole alte cento/centocinquanta piani impegnate a devastare i centri abitati statunitensi, ha qualcosa di fascista.

abbandonato il taxi (una ruota a terra) e saldato conto e supplemento, inforcano un elicottero sportivo in cui lei armeggia con scioltezza.

l’elicottero li porta retoricamente all’aeroporto, dove si imbarcano per la russia: il quadro li mostra intenti a bere una quantità di liquore guardando l’ansia nel finestrino.

le unghie vengono tormentate. il pagamento con carta di credito ha facilitato l’imbarco in corsa, indispensabile se inseguiti da una lucertola fascista di centocinquanta piani.

all’arrivo a mosca, un’ingenuità che nessun ingenuo sospetta make them think di essere in salvo finché dalla finestra dell’albergo non occhieggia un’iride a palpebra verticale: è la pubblicità di una lingerie, che li ammazza di paura ma anche li eccita e fanno sesso da morti.

il mediometraggio è civile, italiano, ha buone chance nei premi e sul corriere. imbattibile in termini di diritti e difesa del liberalismo dalle lucertole.


*


senza titolo

gira (“vorticosamente”), non è una giostra, non è il mondo, non è i pianeti, gira però

però non è la lavatrice, non si tratta di una parola sconveniente, o di più parole volgari, gira non essendo elettricità, né un motore, né il testo

non è questo testo, soprattutto, né sono io, non è l’io, non è il soggetto, gira non essendo un flâneur né una storia, o la storia in quanto tale,

gira realmente, non è una metafora, non è una nave, un timone, un volante, una ruota, un giroscopio, la testa,

né stiamo parlando della voce, di sicuro non è un indovinello, si osserva solo che gira, e non è un disco o un film, una canzone,

quindi un juke-box o un rullo o altre macchine, vhs, cd o altro, del resto non ha forma circolare, non è il matto che perimetra l’albero,

non è l’acqua richiamata dallo scarico, il mulinello, la tromba d’aria, l’indaffarata al supemarket, il guidatore che cerca posto, ma

gira con una sua veemenza, senza essere la galassia o alcun corpo celeste, tutto ha corpo ma questo non vuol dire,

non aiuta, non va a capo, gira semplicemente, non è una pagina, o l’esploratore, il girasole, il girino, il girone della commedia,

gira sapendo o non sapendo di girare? non è noto, però gira, non gira l’angolo, non è traffico di pedoni o mezzi qualsiasi,

non c’entra niente, gira per girare o per uno scopo? non si sa rispondere, mentre gira, e non è la domanda

né l’incertezza, né l’aereo, né l’elicottero, né la flotta, né la pattuglia, né la ronda, né la moda, né il ponte scorrevole, la trottola, la palla,

né la biglia, l’arancia, il caffè o qualunque bevanda, il solido e l’algido, il caldo o un liquido, né l’eccetera che soccorre



Un'intervista su Radio3Suite:

http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-ca907483-8fd9-4d25-9b3d-e2d6c6291b8b.html



Scatti di Pamela Proietti