Martha Ronk: 13 traduzioni inedite tratte da Desire in L.A. - A cura di Marco Bartoli


Nata a Cleveland, Ohio, nel 1940, Martha Ronk ha frequentato il Wellesley College e ha svolto un dottorato di ricerca presso la Yale University.
È autrice di numerose raccolte poetiche, tra le quali: Vertigo (Coffee House Press, 2007), selezionata da C.D. Wright per entrare a far parte della National Poetry Series, In a Landscape of Having to Repeat (Omnidawn, 2004), Why/Why Not (University of California Press, 2003), Recent Terrains (Johns Hopkins Press, 2000), Eyetrouble (University of Georgia Press, 1998), Desert Geometries (Littoral Books, 1992) e Desire in LA (University of Georgia Press, 1990). Una selezione di suoi lavori in traduzione compaiono nel volume dedicato a Los Angeles della serie Nuova poesia americana, pubblicata nel 2005 da Mondadori per la cura di Paul Vangelisti e Luigi Ballerini.

La poetessa Norma Cole ha così descritto i suoi lavori: “Martha Ronk, nella sua ricerca per il punto di congiunzione tra passato e presente, da vita a una poesia che problematizza il contesto della vita, le sue disposizioni e decisioni. La sua solida investigazione va a braccetto con il suo uso della prosodia tra progessione\ricorrenza giocato in un lessico elegante e aggraziato.”

Ronk ha ottenuto il prestigioso riconoscimento del 2005 PEN USA award e il Gertrude Stein Award. Attualmente vive a Los Angeles e insegna letteratura all'Occidental College.
Desire in LA affronta il tema dell'attesa infinita in una città a sua volta priva di limiti. In queste poesie l'oggetto del desiderio è risolutamente mancante, sia che si tratti dell'amore, della bellezza o del passato. Cambiando persino all'interno di una singola poesia, e più decisamente tra sezione e sezione, l'oggetto del desiderio si fa elusivo come l'innominata Marilyn Monroe - quest’immagine della gonna di un’altra – della poesia che da il titolo, o il momento catturato in Una fotografia come un quadro: Si protende in avanti con tale / fervore, pure non è giovane e qualcosa / di decisivo sta accadendo, persino / al tizio nerboruto nella sua bianca / camicia a maniche corte. Una fotografia- / o, magari non lo stesso di un / Manet, ma è Auden, e / per qualsiasi ragione sta fissando / il quadrato di pelle del girocollo / del vestito di lei. È proteso / sulla sua sedia, scompigliato attorno / il colletto e tutti vestono / in bianco e nero. È l'occorrenza / formale di quanto gliene frega / di essere qui, Venice, 1951, / e quanto mi interessa di vederlo / non importa la ragione, sospesa / così. Muovendo il passo da esempi di contrasti familiari e di luogo al linguaggio e le sue corruzioni, dalla poesia d'amore giapponese classica ai fallimenti amorosi nel deserto del sudovest, dall'emozione all'artificio, il libro si conclude con un rosario dedicato alla fuggevolezza di ogni categoria
.


TRADUZIONI INEDITE TRATTE DALL'OMONIMA SEZIONE DEL LIBRO

Desire in L.A.


Pull away from the map of the mind sprawls
over the whole of city streets, L.A. extends
our own errands and where we have to get to, you
are far away, left at corners where one awning tears
in the once-a-year-wind, where the wind blows
the trees as we stand over the open grave,
the one we love; planes taking off from the airport.

Waves turn to go out to sea,
a whole city expanding like the universe,
each drive up canyons, each centrifugal wind reaching
beyond what used to be the limits of a city
and none of us can stop
pushing beyond our time, our money, the need
for some outskirts of a city already wholly outskirts,
reaching for, like erotic desire, the nether parts.

Mannered fingers and necks elongate beyond themselves,
skin hurts drying in the wind,
and waiting to find transparent expansion
into the upper reaches of not even belief,
but craving our own unbelief
and that image of another’s skirt
lifted by the warm, slightly soiled air of an open grate.

Desiderio a L.A.

Sottratto dalla mappa della mente si sparpaglia
sopra tutte le strade cittadine, L.A. amplifica
i nostri impegni e dove dobbiamo andare, tu
sei lontanissimo, relegato in angoli dove un tendone si consuma
nel vento-di-una-volta-l’-anno, dove il vento scompiglia
gli alberi mentre attendiamo sopra la tomba spalancata,
quella che amiamo; aerei decollano dall’aeroporto.

Le onde prendono il largo per andare in mare aperto,
un’intera città che si espande come l’universo,
ogni canyon asfaltato, ogni vento centrifugo che si allunga
oltre quelli che erano i limiti di una città
e nessuno di noi può smettere
di spingersi oltre il proprio tempo, i propri soldi, il bisogno
di periferia in una città già tutta periferia,
protendendosi verso, come il desiderio, le zone più basse.

Dita e colli stilizzati si allungano oltre sé stessi,
la pelle dolora seccandosi nel vento,
aspettando di trovare una crescita invisibile
nelle sfere superiori nemmeno della fede,
ma scavando nella nostra personale mancanza di fede
e quest’immagine della gonna di un’altra
sollevata dalla tiepida, aria inquinata di una grata
.



Photographs by Walker Evans

We stop at the drive-in where coffee’s
the sludge one wants after hours in a car.
Two years ago you sent me a postcard,
a desolate motel fronted by dying palms,
a portent, I thought, not of itself,
but intimacy, a language of black and white
I hadn’t yet imagined, despite photographs
Evans took, despite signs of distress.

Yet who could wish for anything more
of a particular sort of embrace.
The motel windows drew me like liquid—
glass turning to reflect glass and back again—
as you do looking at me, suspicious
as any of them looking at him.

One can only wonder what they thought it was,
a record not only of anguish, but the unspoken
question of what it all might mean.
Where’ve you been, where’re you off to,
the waitress brings another cup, set it down
as if she’d seen herself do it.
















Fotografie di Walker Evans

Ci fermiamo al drive-in dove il caffè
è la sbobba uno desidera dopo ore di automobile.
Due anni fa mi hai mandato una cartolina,
un desolato motel fronteggiato da palme morenti,
un portento, ho pensato, non per sé,
ma per la familiarità, un linguaggio di bianco e nero
che non avevo ancora immaginato, nonostante le fotografie
scattate da Evans, nonostante i segnali di spossatezza.

Pure chi può desiderare qualcosa oltre
una particolare forma di conforto.
Le finestre del motel mi sorseggiavano come un liquido—
vetro che si volta per riflettere altro vetro e daccapo—
come fai guardandomi, sospettoso
come uno qualsiasi di loro guardando lui.

Uno può solo domandarsi cosa pensassero fosse,
un documento non solo di miseria, ma passata sotto silenzio
la domanda di cosa mai potesse significare.
Dove sei stato, dove stai andando,
la cameriera porta un’altra tazza, la posa
come avesse appena visto sé stessa nell'atto di farlo.



The desert as the idea of what’s missing


Sometimes it comes down to
being still as the flattest of imagined land
folding up a picture of it in your pocket
that you take out when no one’s looking,
the crease across the akimbo arm of
the Joshua tree part now of
what’d you look to find there,
a smudge where you’ve marked the moon
with whorls of your thumb.
An entire presentation of things missing,
this expanse of dust and air
fused to one another at the horizon
like lying on top of his sleepy body
lulled like a moving car,
the earth tilted toward a sunset
I keep in my pocket and try to forget
that once I imagined cactus pears
tasted like the rosy beauty
of late daylight in and around Mohave.

Il deserto come l’idea di ciò che manca

A volte si riduce a
restarsene immobili come la più piatta delle terre immaginate
ripiegandone un’immagine nella tasca
da cui l’estrai quando nessuno guarda,
la grinza attraverso i rami laterali dell’
albero di Giuda ora parte di
quello che cerchi di trovarvi,
una chiazza dove hai segnato la luna
con le linee a spirale del tuo pollice.
Un’intera esposizione di cose mancanti,
questa distesa di polvere e aria
fuse l’una nell’altra all’orizzonte
come distese sulla cima del suo corpo pigro
cullato come un auto in movimento,
la terra ribaltata in direzione di un tramonto
che tengo in tasca e cerco di dimenticare
una volta ho immaginato i fichi d’India
possedessero il sapore della bellezza spinosa
della luce di tardo pomeriggio dentro e attorno il Mohave.


























The painted desert 

Your love’s as flat and empty as I can see from here.
It stretches like dust and other assorted minerals
into the distance: ah the blue, ah the green.
They say none of this is by accident,
it has purpose, it has sheen.
We’ve been arguing, it seems, for days,
can’t get in a car without the future looming like road signs.
The elevator closes with a reddish glow.
My heart aches like neon at five.
After a time no one will be able to find
nature in the midst of urban sprawl.
One fenced-in tree will serve for tourists:
we’ll stand in line for the chance to lie down
and stare up into some dusty mongrel sort of thing
while daydreams of the past come back in a flash.
I remember Kansas, you’ll say, it was so flat.
Even in those day you couldn’t find the center of town.

Il deserto dipinto

Il tuo amore è piatto e brullo quanto posso vedere da quaggiù.
Si allunga come polvere e altri minerali assortiti
nella distanza: ah il blu, ah il verde.
Dicono che nulla di questo avvenga per caso,
ha uno scopo, ha splendore.
Abbiamo battibeccato, sembra, per giorni,
non potevamo salire su di un’auto senza che il futuro si affacciasse come segnali stradali.
L’ascensore si chiude con un alone rossastro.
Il mio cuore dolora come il neon del cinque.
Tra qualche tempo nessuno sarà capace
di trovare la natura in mezzo all'espansione urbana.
Un albero recintato servirà per i turisti:
ci metteremo in coda per la possibilità di sdraiarsi
e fissare lo sguardo in alto in mezzo qualche imbastardita chincaglieria di polvere
mentre allucinazioni del passato si ripresentano in un lampo.
Ricordo il Kansas, dirai, era così piatto.
Persino in quei giorni non riuscivi a rintracciare il centro.



Inyokern

If I could describe the exact shade of confinement,
as Tanizaki’s bright tarnish of silver trim
against shadowy miso, black lacquered bowl,
as we drive back into the tangle of
city life more gnarled than bristlecone,
as the day must relinquish itself,
twilight filling up the small room,
clinging with astonishing half-light
to the underside of leaves, routine.

If I could say: the air is clearer
here in Inyo, but nevertheless
we make our painful way
through mazes of trying to locate a tone
deep enough to contain behind that
a sweeter reach toward doves
calling from the palm tree before I’m awake,
long before I’ve come out of leaden sleep
to find the shadowy curve of your arm,
the taste of salty soup on your skin.




Inyokern

Potessi descrivere l’esatta sfumatura di confino,come i brillanti merletti d’argento di Tanizaki
contro il miso ombroso, le ciotole smaltate di nero,
mentre guidiamo ancora dentro il groviglio della
vita cittadina più raggrinzito della corteccia di pino,
mentre il giorno deve abbandonarsi,
il crepuscolo che riempie la stanzetta,
abbarbicandosi con stupefacente chiaroscuro
contro la parte inferiore delle foglie, abitudine.

Potessi dire: l’aria è più pura
qui a Inyo, ma non di meno
ci facciamo dolorosamente strada
attraverso labirinti per cercare il tono giusto
abbastanza profondo da contenere oltre questi
un modo più dolce di stendere il braccio verso le colombe
che tubano dalle palme prima che mi svegli,
molto prima che sia venuta fuori dal sonno plumbeo
per trovare la sagoma ombrosa del tuo braccio,
il sapore della nebbia salmastra sulla tua pelle. 



It’s a desert still

Loving and not
occur like living in one city
and an imagined other,
driving past the moment
at which knowledge slides like hillsides
muddy into the main street,
pulling along a cactus, a clapboard house or two.

Yesterday I pretended tomorrow wouldn’t come,
but not today.
That you are leaving is no accident
though when we stop to watch the train
we note only the antiquity of the caboose.
I taste you in my mouth.

Later the city is
where I never want to live,
no season, no home, open spaces
like open moments leaking the past:
the president shot in the laundromat
where I folded someone else’s jeans.

It falls apart, then rights itself.
We sweep the desert from the streets,
cover it with concrete and pretend.
Meanwhile whole population refuse paint
and hotel are got up not for love.

The Thomas guide breaks at the binding,
my arms ache at the joint and so forth.
The desert’s never going away,
won’t give up its rights to dominate the ground.


È ancora un deserto 

Amare o no
capita come vivere in una città
e un’altra immaginata,
guidando oltre il momento
in cui il sapere scivola come colline
fangose sulla strada principale,
trascinandosi dietro cactus, una o due casupole d’assi.

Ieri fingevo domani non sarebbe giunto,
ma non oggi.
Che tu te ne vada non è un caso
anche se quando ci fermiamo a guardare il treno
notiamo soltanto la decrepitezza della dispensa.
Ti assaporo nella mia bocca.

Più tardi la città è
il posto in cui non avrei mai voluto vivere,
nessuna stagione, niente casa, spazi aperti
come istanti aperti attraverso cui filtra il passato:
il presidente fotografato nella lavanderia
dove ripiegavo i jeans di qualcun altro.
Cade a pezzi, poi si riaggiusta.
Spazziamo via il deserto dalle strade,
lo copriamo di cemento e fingiamo.
Nel frattempo l’intera popolazione rifiuta il colore
e gli hotel vengono eretti privi di amore.

La guida turistica si rompe lungo la rilegatura,
le mie braccia fanno male alle giunture e cosi via.
Il deserto non se ne va mai,
non cede il suo diritto a dominare il suolo.




Lone Pine, CA

Named, the postcard says, for a Jeffrey pine
that later washed away, it rides the base
of the Sierras as if it too could be erased.
Hidden in tall grass I watch children dash
out of the water, creep tentatively—
hunched over with the aching cold—in.
Everyone’s unsettled. It’s month before I’ve met you.
On this day no one hits it off except
in the restless desire for too much,
the insistence that we all push up
the nearest peak at the hottest time of day,
fall asleep by strangers we’ve known for years,
a child crying out in the night
at unknown sound, a sky of falling stars.

Lone Pine, California


Chiamata, dice la cartolina, così da un pino di Jeffrey
in seguito spazzato via dalla corrente, cavalca lo zoccolo
della Sierra come se a sua volta potesse venire cancellata.
Nascosta nell’erba alta guardo bambini schizzare
fuori dall’acqua, intrufolarvisi —
incurvati dal freddo pungente— dentro.
Tutti sono irrequieti. È il mese prima di incontrarti.
In questa giorno nessuno si da pace tranne
nell’insonne desiderio per l'eccesso,
l’insistenza che tutti sospingiamo
verso il picco più vicino nell'ora più calda,
messi a letto da stranieri che conosciamo da anni,
un bambino che piange nella notte
a un suono sconosciuto, un cielo di meteore.



Crossings

To believe in crossovers is not the same as
having a conversation, her words left him
cold, her weakness was evident to them
both, her diligence, dilitantism, dreadful
undergarments and self-pity. She looked
at everything as if she could make statements
about it. His dry manner denied
involvement, lacrosse, that wet grass is
anything like film. You can’t get that
he’d say walking across the damp ground
or moving a bar of soap across the hair
of his left arm. Soon they’re taking a car
somewhere where it’s hot and dry, they’ll go
to the desert, to a ruin, Death Valley perhaps.

Attraversamenti


Avere fede negli incroci non è lo stesso che
avere una conversazione, le sue parole lo
lasciavano freddo, le sue debolezze erano evidenti a
entrambi, la sua pignoleria, dilettantismo, orride
sottovesti e autocommiserazione. Lei guardava
ogni cosa come potesse dare un giudizio
a riguardo. I modi secchi di lui negavano
coinvolgimento, lacrosse, che l’erba bagnata sia
in alcun modo simile a una pellicola. Non puoi giungere a questo
direbbe camminando attraverso una marcita
o muovendo una saponetta attraverso la peluria
del suo braccio destro. Presto stanno conducendo un'auto
da qualche parte dove è caldo e secco, andranno
al deserto, a una rovina, magari la Valle della Morte.



Remodelling

She put her face naked in his belly and blew smoke rings
around him, dashing her various Pall Malls to the floor
and galumphing around the room. He stared her down.
She pulled threads from socks she found on the floor,
pretended they were the small hairs on his legs
before trying the knot and vowing loyalty ever after,
after he had already gone out for more beer. Timing
wasn’t her suit, she lost at cards, never put on
the right color according to some chart he’d worked out
in his mind which she imagined like a random selection
of paint-store samples. She always got stuck with
the putrid one, the unlikelihood of ever
getting around to redoing the room or else. 




Ricostruendo

Spinge il viso nudo nell'ombelico e sbuffa anelli di fumo
lui attorno, spargendo le sue numerose Pall Mall per il pavimento
e trottando attraverso la stanza. Lui la squadra.
Lei strappa fili dai calzini che trova per terra,
fingendo siano peluria rada delle sue gambe
prima di provare il nodo alla cravatta e promettere fedeltà eterna,
dopo che lui se n'è già andato in cerca di altra birra. Il tempismo
non le era tagliato addosso, perdeva a carte, non indossava mai
il colore adeguato a qualche grafico da lui laboriosamente costruito
nella mente che lei immaginava come una selezione casuale
di pantone per negozio. Ogni volta si trovava bloccata
con l'orrido, l'improbabilità di mai
trovarsi a tiro per risistemare la stanza o altro.



A celebration of love and the new year

One says “love” in bell-like tones,
aghast, having no way of knowing beforehand
it would turn out to be true.

At night they recite it and hate
the armchairs they sit in,
their brown shoes, the same last name.

Without weapons of irony, she asks,
how shall I battle his innocent smile?
He lengthens his arms and vowels

and find her as foreign
as the chill of winter
waited for through November and March.

Light leaks under the doorjamb,
neon going on full-blaze inside,
pink tubes of it lightning the walls.

A revel of tuxedos in shiny New Year's Eve
hats and horns with feathers at the end
tickles the question again.

One on the street near midnight says
something, as if the sound held in her teeth
came closest to desire.

Una celebrazione dell'amore e l'anno nuovo


Qualcuno dice “amore” in toni squillanti,
sbigottito, senza avere modo di prevedere
avrebbe finito per dimostrarsi vero.

A notte lo recitano e odiano
le poltrone dove siedono,
le loro scarpe cuoio, il cognome in comune.

Senz'armi d'ironia, lei domanda,
come dovrei combattere il suo sorriso innocente?
Lui distende le braccia e le vocali

e la trova estranea
come il gelo dell'inverno
atteso tra novembre e marzo.

La luce filtra sotto lo stipite,
neon in pieno fulgore all'interno,
in tubi rosa che illuminano le pareti.

Un gozzovigliare di smoking in scintillanti cappellini
di Capodanno e lingue di Menelik
risolleva la questione.

Qualcuno per strada verso mezzanotte dice
qualcosa, come se il suono trattenuto fra i suoi denti
si facesse più vicino al desiderio.



Sort of a country western

Evenhandedly he moved toward the pink rectangle
hung across the boulevard; it was advertising something
to drink and he did.

Where will we go he said, toward what end, he thought
about the usual breaks in a sentence, about his heart and love.

Intermittently he saw how buildings rise up
and restaurants and how lonely he felt when he hadn't managed
to forget how often he had walked that street, the one over.

Lined up like nouns, name like Avocado, Orangegrove, Lemontree,
once in the city of Winston-Salem a street called Greatjones-Cigarette Row
all this order and vocabulary shifts from one part of the country
to another, here how hard not to repeat like gray smog and beer.

He talked of punching him out, wanting to break his face,
saying it over and over again, tried eating different things
for breakfast, for a time considered bacon the perfect food,
salt, sodium nitrite, fat, no nutrients at all,
the perfect Sunday, even-tempered and how it isn't good for you.











Un melodramma di provincia

Eventualmente si muoveva verso il rettangolo fucsia
impiccato attraverso il viale, sponsorizza
di bere qualche cosa e lui lo fa.

Dove andremo dice, in quale direzione, pensa
alle abituali pause del discorso, al suo cuore e amore.

A sprazzi vedeva come si ergessero palazzi
e ristoranti e quanto abbandonato si sentisse quando non aveva ancora trovato il modo
di dimenticare quante volte già aveva attraversato quella strada, la trascorsa.

Allineati come nomi, nomi come Avocado, Aranceto, Limonaia,
persino una volta nella città di Winston-Salem una strada chiamata Sigarette Greatjones,
tutto questo vocabolario trasportato di peso da una parte dello stato
all'altra, come difficile ora non ripetere cose come fumo e birra.

Lui parlò di menarlo, volergli spaccare la faccia,
ripetendolo ancora e ancora, provando qualsiasi tipo
di colazione, per un certo periodo giunse a ritenere la pancetta il cibo perfetto,
sale, nitrato disodio, nessuna vitamina,
la domenica perfetta, ottimo clima e quanto male ti si addice.



Ironic dialogue

You cannot give me lore of teacups, I know
your kind, she sd.
Sweet Jesus what d'ya think I am
a sissy?
What cravings I've got for painted cups and tea
she moaned, twining herself, legs and all
and gazing: painted green vines, birds, all
beckoned fitfully. Oh, for a story, she sd.

Jesus, I'm
hungry just for food, he clawed.

If you'd read
to me, I'd curl up all around you and sexy
she pulled herself out for him like blooms,
bright splotches on the glaze. I wonder
if it's true, she sd., if they have such birds,
long legs drooping and such an arching wing?
She gazed with vacant eye. Do they have bridges
over goldfish and waterlily pads?
You live in flimsy
dreams, he snapped.
Just looking at my cup, she swirled.

Dialogo ironico

Non puoi rendermi edotta sui servizi da té, lo so
il tuo tipo, dice lei.
Dio mio che ti credi, ch'io sia
una femminuccia?
Che fame che ho di tazze dipinte e té
gemette lei, abbracciandosi da sola, le gambe e tutto
e squadrando: vinacce dipinte, uccelli, tutto
richiamato capricciosamente. Oh, per una storia, dice lei.

Gesù, sono
affamato, solo buon cibo, graffiava lui.

Se mi leggessi
qualcosa, ti avvolgerei tutto e con un gesto sensuale
si apriva per lui come un boccio,
chiazze iridate nello sguardo. Mi chiedo
se sia vero, diceva lei, se esistono simili uccelli,
le gambe lunghe appassite e tanto arco d'ali?
Squadrava con occhio perso. Avranno ponti
sopra pesci rossi e ninfee?
Vivi in sogni
melensi, mordeva lui.
Sto solo osservando la mia tazza, si ritirava lei.



Unlike the movies, life is

Without subject, before adolescence, what then
is sent to us, gathers import, a clatter of dishes
from a window across the echo through the courtyard:
Columbus. Name a city, invent a tongue. Each
ransacked moment yields little more, nor more
fruitful this arranged platter of cherries, or
whiskey soda, how the hotels stack up
downtown near where each Easter they got
navy blue coats with brass buttons,
passed them down three girls pushing down
steps, throwing red berries at, dressing up in
curtains, lacy for heroines, great hats
for the men, characters spurred to revenge,
riding the plains, before the movies even.

La vita non è un film

Priva di trama, prima dell'adolescenza, cosa allora
ci è donato, acquista importanza, un fracasso di piatti
da una finestra attraverso l'eco del cortile:
Colombo. Battezza una città, inventa una lingua. Ogni
momento rapinato si prostra un po' di più, non più
fruttuoso questo arrangiato piatto di ciliege, o
whisky e soda, il modo in cui gli hotel si accatastano
nei sobborghi vicino il posto in cui ogni Pasqua si beccano
casacche blu marina coi bottoni di rame,
trasmesso da tre ragazze lo sospingono per
gli scalini, gettando lamponi a, vestendosi di
tende, merletti per le eroine, cappelli vistosi
per gli uomini, personaggi spronati dalla vendetta,
cavalcano le pianure, persino prima dei film.