Via dall'uscita - Vladimir D'Amora



Sia una nuova raccolta di interventi critici, e poetici, su Amelia Rosselli. È stata organizzata voluta impaginata spedita presentata: concepita ed esposta...

Improvvisatori? Il tono, chiede drastico...?
Forse mestatori forse patentati, esaltati performer e golosi, un equivoco e inconsistenza: una specie della non abulia di larva. Gente, direbbe il filosofo, che non ha capito non come si scriva e legga e intus- e inter-legga, e pensi - ma proprio come si campa: farsi le pubblicazioni da sé, imitando, calcando, assecondando la provvisorietà e la occasionalità soprattutto del web, non è per la scrittura di prima e di seconda mano, ossia sia creativa che critica, automaticamente una patente di credibilità e scientificità e serietà, ossia di intelligenza: non ci si improvvisa? Né altro e neppure poeti...?

Se, ancora, ci si vuole stare alla produzione di scritture nei riconoscibili e dai riconoscibili formati e protocolli o, il che è il medesimo quasi, meramente ribaltarle e smorzarle e confonderle, le scritture patentate, e se soprattutto non ci si improvvisa organizzatori, per così dire, di cultura e soprattutto, appunto, critici: se non si studiano i contenuti, le storie della storiografia di settore, le storie della critica, se non si studiano i moduli di argomentazione critico-storiografica, che evolvono - e ciò è crucialissimo - nel tempo anch'essi... - ecco che non ci si può mettere a sfornare un libro che abbia poi la pretesa di essere pure preso in considerazione e presentato e fatto circolare e fatto leggere... - e persino venduto, col codice suo.

Perché, se uno non ha fatto minimo un dottorato, che non è il titolo in sé, solo questo pare non sia..., ma sono anni e anni e anni e anni passati a vivere a crescere nei libri, da cui si esce assai di rado e con una incredibile maestria di funambolo..., sulle bibliografie, nello studio di articoli e saggi e di raccolte poetiche e di monografie critiche, di romanzi, ecc. - non può mettersi - costei-costui - poi a sfornare scrittura seconda, ossia su - questo o quell'autore; pretendendo che poi ciò che scrive, valga per la così detta comunità scientifica e accademica e culturale... Che è una comunicazione di comunità, poi... Al più questi scritti possono essere consumati e diffusi e fatti circolari e esibiti e vantati in quella comunicazione appunto improvvisata e distorta, ridicola e patetica, perché appositamente comica e pat(h)ica, che sono le comunità e nicchie e dimensioni e situazioni di rete - e i festival, e le feste di arte & cultura, e le letture, e i recital, e i contatti di emozione-improvvisazione della voce Autentica e emozionanteemozionata:

... E il fatto che siano sedicenti (anche entro strutturatissime conformazioni di storicità passata a storia...) poeti, poi - a mettersi a scrivere sulla Rosselli, vuol dire appunto che si ha una idea psicopubblicitaria - che non dice: dilettantismo... - e della critica e della poesia: perché si è convinti, credendo di non doverlo né poterlo dichiarare apertamente: come la poesia si riservasse sempre il luogo del mistico, dell'ammiccamento, della generosità di cuore-e-amore...: di una sacertas atque gloria vitarum, che quando si ha a che fare coi poeti e con la Poesia e col poetico - allora la vaghezza e la immaginosità, la sentimentalità, ossia la soggettività, siano richieste e siano anzi doverose, cioè concesse: lecite: perdonabili...

Il fascista, l'ur-fascista anche, allora, chiede: e tu, che cosa hai mandato alle stampe? Vali come versificatore? Quanti cazzi conti, come critico, e, anzi, già come lettore...? Vuoi l'intervento del tuo intervenire? Forse potresti inventartelo, un modo tuo della scrittura - anche codificata e riconoscibile - che pensi, e suoni?

Pornogrammia.

... senza metterti a imitare un ductus di scrittura e di argomentazione, un protocollo storico-letterario, come quello critico, per il quale non hai affatto i prerequisiti e gli strumenti?

Poi nelle miscellanee col punto di domanda aperto, il punto: ai limiti suddetti: oscillavano, gli interventi tutti, tra improvvisata deficitaria scrittura critica e, proprio per compensare queste evidentissime lacune, funambolici e ridicoli tentativi di giocare la casualità nella scrittura, in un anacronistico recupero di movenze e posture come, Danto docet, dadaiste!

Un fatto, ora pornogrammico, ora psicopubblicitario - se è, ed è persino, tra le cose: scritture e maschere altre, anche la messa in discussione inscenata proprio di questa dicotomia e alternativa, tra una delle reti e uno dei reali: tra le sedi tradizionali e quotate di pubblicazione, e quelle improvvisate e occasionali... Non che questa dualità non permanga anche oggi, nello stato oggidiano della produzione delle merci culturali, solo che il fatto-dello-schermo, lo schermo come un fatto...: il suo campo trascendentale di immanenza, potrebbe comportare - a condizione che... - che questa dualità, come, per esempio, quella tra forma e vita, tra biografia e opera, tra attuale e virtuale, tra interno ed esterno, tra tu e noi, sia rivissuta e rideclinata anche, sebbene non necessariamente, altrimenti... Che esperisca una certa sopravvivenza.

Il nome di psicopubblitario-e-di-pornogrammia - uno dei nomi?

Ma, è in dispregio il così detto-e-vissuto-e-venduto: guardato visto visionato visualizzato visitato, e allenato, reale? Colle - colle e con le - sue situazioni di incontro e corpo e carnalità: il contatto testimoniando...? C'erano quelli, intorno a certi anni, si dirà, che, per una presunta superiorità intellettuale, meritavano ben altre sedi rispetto alla rete e al web 2.0... Dal momento che per screditare il web solo nel - nella possibilità, nella forbice dialettica aperta dal - web lo puoi fare... Lo puoi mancare:

... è solo che piace - piace...! - e riflettere e scrivere, trasformare la riflessione in scrittura... - e la scrittura in riflessione... - e il vivum corpus che questa immanente situazione di traduzione è, non è altro che il per-icolo e la por-ta e l'es-per-ienza stessa di questo tradurre e tradursi: questo, e solo questo..., è corpo - via, e cioè: è attraverso e fuori da, la scrittura... E il corpo è non altro, dunque, che l'aver luogo di questo enunciato qua che dice, e detta: il corpo - solo questo è...?

Questa solitudine, questo esilio nella politicità, traducibilità stessa... Wesung.

... perché pare poco valgano e quelli che scrivono ma non pensano e (quelli) che pensano ma non scrivono... Oggi. Se oggi è l'oggi. E da capo: il luogo strano della scrittura è proprio l'articolazione di soglia di questo doppio ma... E siccome se sai, devi farti capire, il che non vuol dire che devi essere comprensibile e piano e accessibile e comunicativo, ma vuole-dire (ancora vuole...) che devi mettere alla prova della scrittura, cioè della messa in comune, che non è già comunicazione e pubblicazione e espressione, ciò che pensi e ciò su cui e che rifletti e ciò che consenti... Anche te stesso?

Ma, allora, scrivere è rendere forma la vita che è una forma: è l'unica - il solus: il sed - di cui anche uno Hoelderlin postremo: Celan... - forma che la vita ha...? Perché al di fuori e oltre la coappartenenza - dinamica contingente diveniente: in avvenire... - di vita e di forma, la forma è merce - species, cioè idea, forma, da cui anche il francese espèces, denaro..., e la vita è nuda vita, ossia la vittima della merce: prodotto di null'altro, che di una messa in soggetti(vi)tà metafisico-nichilistica, di un impostosi-ormai-impiantatosi fallo-logo-centrismo - è il corpo: davvero nudo?

Qual è, dunque, il terminus, confine, il limite etico e linguistico insieme, di tale testimoniare della e nella scrittura? È una esposizione, anzi, una delle specie di una esposizione... Che è lemma troppo - usurato complesso complicato, e non è sinonimo, non è solo sinonimo di esibizione e mercificazione...

Una  pornogrammia, a questo punto qui, e solo a questo qui, nel suo bisogno proprio di una para-testualità: di una proemialità di esposizione che parli - in nome suo... La pornogrammia lavora (sul)lo spostamento, se si vuole, messianico (s'ha rammentare il milieu citazionistico di chi cita e legge, e usa, i marxismi eterodossi à la Benjamin... ): lo spostamento già prima linguistico; ma non della lingua intesa soltanto come mezzo di scambio comunicativo e come mero involucro dei così detti contenuti (contenuti che, quindi, dal canto loro, non esistono se non già sempre formati conformati)... E il non comprendere questo, cioè che un contenuto non esiste mai come assoluto, cioè sciolto dalle sue forme, che sono forme politiche e sociali ed economiche e vitali...: in una retorica spietatamente fatua, e che sono rapporti di forza, di potere, e esigenze di una forma, di estetiche, decisioni di arte, improvvisazione di cultura: organizzazione protocollare di intelletto socio-sentimentale - il non capire questo - a condizione che... - porta, tra l'altro, appunto allo psicopubblicitario, si porta non solo e non già nel reclamistico e nella necessità del pacchetto e dell'impacchettarsi del prodotto della merce che si vuole criticamente merce: le Culture... - psicopubblicitario, che è anche quell'istituirsi, raggrumarsi e agglutinarsi: liquefarsi diluirsi: disseminazione & deriva, sempre però nell'atto di disperdersi e smentirsi - dei dispositivi quell'istituirsi che può essere ed è schermo.

(Schermo. Il quale può, cioè, velare-scoprendo, proprio perché fa credere che un rapporto, una relazione, un contatto, un potere, una potenza, un possibile: una testimonianza consistano... - fa credere... - con-sistano nella loro immagine: nella loro assolutezza: nella loro svincolabilità dalle condizioni materiali e reali e esistenziali...: lo schermo riduce il possibile all'atto, al reale, lasciandolo sussistere, il possibile, come tale. Solo che un possibile ridotto a atto e a reale, se resta ciononostante possibile, allora si fa spettro: fantasma: larva...).

Schermo. Ma sulla lingua come evento di linguaggio (sic!) come evento eventuarsi - il sessantotto... - perché è sempre un processo qui il gioco: un procedere di quel postmoderno, da cui non basta ridestarsi come dal sogno-sonno delle retoriche... Una re-lazione, un rimando ai morti, e un rapporto - di forma e di vita... La pornogrammia sposta la pornografia: la pornogrammia abbisogna della pornografia: la pornogrammia ha un che da operare per essere l'operazione - la pornogrammia non illude di poter consistere in una opera: di potersi diluire nell'aneddoto di struttura... E di poter essere risultato del processo operazionale: libro testo pagina, ecc. - il che non dice che pornogrammica è una incompiutezza... - che è...

Resto. Per ciò - la pornogrammia fa; e fa quello che fa ogni scrittura anche poetica - solo che a differenza di quanti scrivono, mettiamo, poesie, credendo illudendosi di star facendo cultura e non pornografia, arte e non pubblicità, poi scindendo però il loro operare in un cedere alla comunicazione, che è sempre pubblicitaria e pornografica, cioè mercificazione, e in un riservarsi ingenuamente spazi e luoghi di autenticità e di scambio: di dono contro la mercificazione - la pornogrammia, in vece della pornografia, di cui firma solo una innecessaria giustifica, anzi, non in contrapposizione ma in agio - ma in una coappartenenza che fa pietra di inciampo - il vuoto! La gag dello svuotarsi, il libero del contatto - si cerchi - a condizione che... - di vivere l'evento stesso della pornografia come lo scarto tra il presente pornografico (la forma verbale: grapho, scrivere, graphia, scrittura...) e la sua storia, il suo passato sempre però affacciato sul presente (appunto pornografico): il verbo grapho, scrivere, ha nel perfetto, cioè nel tempo verbale del passato prossimo, la forma della -grammia... È vero?

Quindi. La pornogrammia è solo, e da sola (sola et sed...) la verità - lo svelarsi velato sempre: la situazione di schermo... E la fede, la fiducia, la credenza - della pornografia, cioè della (nostra) vita... delle nostre merci, di noi come merci: di noi come psiche esibita e messa a lavoro nella sua stessa, pronta naturalità: storicità d'innocenza contingente - la pornogrammia.
Il filosofo teorizzerebbe, anche ben scrivendo, che qui si assume la storicità sempre già stata, che è sempre pornografia, un campo di tensioni tra colpa e innocenza: tra estraneità e complicità: tra indifferenza e contatto..., come un compito - etico: una destinazione sempre flagrante del segno: della ferita: della incisione esposta... Testimonia, essa, di un oggi per lo più in-materiale: via le: in e da immagini-di-vita e in e da vita-immaginata - l'oggi morto come risucchiato e vomitato, l'estinzione: il vuoto in cui, sine imaginibus, con-tingit... E ad accadere, per cadute di torsi di lingua-plastica nel poema, che non è la poesia, è sempre un contatto?

Ecco. Vivere a carne viva - scrivere - questo è l'unica buona sorte che ci è stata donata...? La poesia?

... a carne-di-forma-viva... Perché se non teniamo fermo - a condizione che... - che il vivus è un vivum, un 'neutro' di vita, ossia la forma di una vita, la merce di risulta dell’impersonale (cfr. Simondon) e purtroppo (sic!) anche o una presupposizione di linguaggio, un effetto di discorso, una merce e una soggettivazione la più passibile di essere catturata, essa stessa, anzi l'unica, e di essere costruita e allevata e allenata... - noi (sic?) perdiamo sempre proprio il vivere: l'altro nel contatto - suo:

Come quando dici e scrivi: Francesca è donna... Se presupponi, in ogni giudizio e in ogni proposizione, come soggetto dell'enunciato il nome del corpo di Mario, che è una singolarità che vive, e il nome è nel linguaggio ciò che è il corpo nella esistenza... - allora se lo presupponi come ciò intorno a cui deve portare la predicazione, la qualificazione di essenza: è donna, ecco che lo rendi appunto (che risultato...!) soggetto: alla littera: te lo metti-sotto: sotto alle predicazioni, alle qualificazioni: all'essere (della) donna. Che così si appropria del soggetto singolare e irripetibile e vivente spingendolo nella evidenza: nel bisogno di una dimensione, più autentica, di extralinguisticità... Il linguaggio, la grammatica, il fatto stesso che ci sia lingua... - è croce? Un mettere in croce un corpo nel fatto della riconoscibilità logico-linguistica: appropriativo-presuppositiva...? È il giudizio. Anche la più quotidiana proposizione, dalle frasi constative, alle prescrittive: alle performative, è (un) essere metafisico-nichilistico: fallo-logo-centrismo, per specula saeculorum... A essere uno strazio: produrre quel corpo vivente, quella biocità, la nuda vita o la vita nuda, che noi (sic!) crediamo essere - invece - come - come un fondamento come origine e originario/originale, donde veniamo e continueremmo a venire, e dove saremmo destinati, e definitivamente e continuativamente... Il futuro anteriore di quei filosofi: archeologia del vuoto.

Ora, come non perdere, non produrre come un effetto di discorso, di linguaggio, e di metafisica e nichilismo, di tecnica, e di retorica, e non è nichilismo e retorica e poesia e metafisica e tecnica, che non siano una imposizione e un impianto di potere e di assoggettamento e di messa in alienazione e - oggi-che-se-è-oggi - in schermo - in una dimensione in cui ogni de-soggettivazione centri-fuga, una mascheratura di dominio...? Come serbarsi all'inaggirabile e necessario e umano troppo umano potere presupponente del linguaggio e dell'essere, dello stare-come (le metafore bianche, e negre anche, che respirino...), dell'essere animali storici..., pur, anzi, proprio nel riconoscerne tanto la inevitabilità, la destinalità, quanto la contingenza e la eludibilità - questa-storicità-qui?

Ma, perché, io non posso dire: tu sei tu... - e così perdere, nel dire tu di tu, proprio - te...?

Eppure da questo giudizio, dalla lingua, dalla voce, dalla scrittura - dalla proposizione non si esce: e se è tale la grammatica, ossia una implacabilità matematica, ossia la (sua) storia: una storia... - allora, io, e tu, siamo di fronte a, siamo questa aporia stessa... E non c'è, alla lettera, via di uscita... eppure...

C'è, diciamo oggi, in una prima delle approssimazioni, accanto e a lato, presso (parà, in quell'antico che è una lingua: il greco di certi fascisti, dice: accanto, presso... E dice l'agio...) la grammatica, dentro la grammatica, dopo e prima di essa - è l'amore... Che è una par-odia, uno stare accanto alla voce, della grammatica...

Perché, e come, amo? Anzi: cos'è il fatto stesso, l'aver-luogo dell'amore, anzi, dell'amare?

(Il filosofo).

Si ama.
Si ama sempre qui e ora, e non ubique atque semper...? Diremmo: si ama sempre in una e una situazione: (in) una condizione... Si ama un pezzo sempre, un torso, una parte, che, per sineddoche (trans-retorica), è l'amato intero... Amore è feticismo: dio riparatosi nelle pubblicazione di Adelphi?

Io non amo te perché sei la tua maniera di essere, il tuo essere viola; ma amo-te-che-sei-viola (la copertina di una einaudi): io amo sempre le maniere: i manierismi dell'altro, che l'altro è e non può non essere... L'essere non è puro, ma solo e soltanto - solamente situato storicamente: è una tensione in maniera e di maniere...

E nella lingua? Come assumere l'indecibile aporeticità della necessità, essenzialità appropriativo-presuppositiva del linguaggio, senza rimuoverla, ma sostenendola e gestendola fino a farla scoppiare in tante particule - fin(i)te: terminate... - di vita...?
Da esporre e limitare: addivenire a quella forma-di-una-vita che sia insieme, in uno, esposizione e aver luogo: strazio e sorgente - è una tale possibilità della parola? Si dà, si dona ritraendosi cioè, un tale possibile che la parola, la lingua è?

Sì.
È schermo.
Il poema...

E né la poesia né lo scrivere né il poetare - ma proprio il po(i)ema... e cioè? Le poesie?

Il double bind che la lingua è e dev'essere: io nel dire, nel custodire, nel curare il tu e il corpo, li perdo lasciandoli sprofondare in vista e a favore delle sue maniere di essere, che appaiono nel predicato, nella predicazione di essenza... Io nel dirlo, il nome, lo perdo nel discorso...
Ora, questa aporia che è la vita stessa (della lingua), non posso eluderla ma neppure risolverla: non è un problema di psico-socio-polito-logia... La somma?
Non posso né rimuoverlo né denegarlo... Ma non devo manco, non posso più oggi..., glorificarlo nei e coi velari di teologie e religione e arte e cultura... E allora?

Io, uno degli ego, l'aporia, la traduco...? Poetare, versare cioè la lingua alla lingua, e cioè farla vita, è traduzione...? La traduco in eu-poria: in buona-via...?

Come?

Il po(i)ema è - sulla strada - è torsione di una delle lingue: della lingua nella lingua... Io, la destinazione di prosa (proversione: proversa: prosa), lo slancio che la lingua è nel suo smarrire il passo stesso, nel perdere il punto - il tu: il soggetto del giudizio, di ogni proposizione - e non c'è proposizione se non presuppositivo-appropriativa... - donde muovo ai predicati: alle qualificazioni in cui l'esistenza è gettata...: e che pro-getta e che ri-tiene e che marca di evidenza e - tace... - ecco che io questa missione di lingua e che una lingua è, e che come ogni missione ha perdite e acquisti: nascite e aperture - e fini... - la espongo solo e soltanto - da sola - per quella che è... Solamente: da solo: a quello che essa è... Il potere va parodiato, ossia va mancato...?

Io - l'aporia - il double bind, storico-linguistico - non ci fronteggiamo: non lo fronteggio come - come un problema, di cui sbarazzarmi, o come un destino da meramente adorare e glorificare... - ma lo origino: lo genealogizzo: ne faccio la archeo-logia: lo espongo alla sua prossima venuta: lo temporalizzo & storicizzo: i topoi... Mi origino non altrove, che in esso e per esso: ossia con (l')altro... E come?

Nel-e-col-poema: via la versura: nella contro-parola che il poema è e contiene e termina: de-termina... Volgo, nel verso, la parola alla sua ragione-di-essere: alla sua voce: alla sua Stimme, alla sua tonalità-emotiva: Stimmung... Core-ammore?

L'origine, a quest'ora, il corpo io certo lo origino, ma insieme lo espongo alla sua estinzione: alla sua marca di scancellamento: lo respiro... Il ritmo pazzo della Rosselli, al cubo. Indietro il verso si versa alla (sua) origine, al principio di poema, che è uno zero sbarrato: una vita offesa e negata: madre tagliata e de-cordata... - in avanti il verso si versa - al silenzio: dove voce e scrittura si placano come nel sonno il battito trema senza il suo rumore e senza taciturnità - ma è l'esposizione - il tremito... - del contraccolpo che ci-è e ci-siamo: il mio, che a essere il tuo, è il non mio: il tuo non.

Interruzione.


Via dall'uscita.