Perchè è sbagliato chiudere il Fabric - A cura di Bianca Bosatra



C'è una cultura della droga al Fabric che il management non può controllare.”

Sono queste le parole di Flora Williamson, membro del consiglio di Islinton, che hanno sancito la definitiva chiusura del club londinese Fabric.
Sono tante le polemiche che si stanno scatenando in rete, specialmente perchè ognuno di noi aveva sperato fino all’ultimo che questo centro e simbolo della musica di fama mondiale, non venisse chiuso.
La vicenda inizia da lontano, da quando le autorità chiesero alla discoteca più misure di sicurezza, tra le quali cani antidroga e scanner per verificare i documenti d’identità. E arriva a qualche settimana fa, quando due ragazzi di 19 anni hanno perso la vita all’interno del club in seguito al consumo di stupefacenti.
La licenza del Fabric è stata subito revocata dalle forze dell’ordine e la rete si è scatenata con l’hastag #saveFabric e con una petizione, firmata anche dai più grandi nomi della musica elettronica di oggi, che ha raggiunto circa 150.000 adesioni. Un cifra che, però, non è bastata a far riaprire quello che è un tempio della musica che fa ballare da quasi 20 anni.
Le motivazioni che sono emerse nella riunione di oggi sono, a mio parere, abbastanza banali: nel club si può comprare e consumare droga e i proprietari non sono stati in grado di gestire lo smodato uso di sostanze. Le misure di sicurezza adottate non hanno contrastato il fenomeno, che è arrivato all’apice con la morte di due ragazzi.
Ma è davvero giusto chiudere un club a causa della circolazione, seppur elevata, di droga?
Io direi proprio di no. Anzi, sembra che in questo modo il Consiglio preferisca non non affrontare un grave problema che dilania l’Inghilterra fin dagli anni ’80, prima con l’eroina e ora con le droghe sintetiche, a dimostrazione del fatto che le misure prese (oppressione del fenomeno per prima) fino ad adesso non hanno avuto alcun risultato.
Non è chiudendo una discoteca che si elimina il problema di spaccio e consumo tra i giovani e i giovanissimi.
Il prossimo sabato sera, la droga, al posto di venire consumata al Fabric, verrà consumata a una festa privata, in un rave illegale, in una casa o semplicemente in un’altra discoteca. Verrà acquistata negli stessi posti e dalle stesse persone, probabilmente nel bar sotto casa, o come si usa a Londra, salendo su una macchina dove avviene lo scambio in totale discrezione. Sicuramente si presenteranno puntuali episodi simili che dimostreranno l’inutilità della chiusura del Fabric e la persistenza del fenomeno.
Se dovessimo prendere alla lettera le motivazioni fornite che hanno giustificato la chiusura del Fabric, probabilmente a Londra non ci sarebbero più discoteche, come molti altri luoghi di aggregazione giovanile.
Affrontare il problema sociale del consumo non significa lasciare soffocare il fenomeno riducendo il rischio ma significa piuttosto avviare un programma nelle scuole e nelle università che si occupi di sensibilizzare i ragazzi, di spiegare loro cos’è la droga, così come l’alcool, quali sono gli effetti, cos’è la dipendenza e quali sono i rischi. Far loro capire, anche attraverso delle analisi tossicologiche, che non tutto ciò che si consuma è necessariamente puro, anzi, che non dovrebbero mai fidarsi di ciò che si ritrovano tra le mani. Semplicemente, dovrebbero dimostrare che la vita di ciascuno di noi, vale più di una serata di divertimento.
Reputo stupido chiudere un club semplicemente perchè è uno spazio destinato al divertimento dei giovani e all’ascolto di musica, e che, in quanto musica, è circolazione di arte e cultura. Inoltre si può dire che il Fabric, oltre a essere uno tra i primi club mondiali, ha sempre portato innovazione musicale.
Piuttosto che continuare a far chiudere spazi di aggregazione, dovremmo aprirne continuamente di nuovi, e non solo club, per dare così la possibilità ai ragazzi di poter esprimere e coltivare la propria passione, che sia la musica, che sia lo sport, o altro. Ma non è attraverso l’emarginazione dei giovani che ciò avviene, è solo grazie all’integrazione e all’unione che si scoprono amicizie, interessi, opinioni e talenti.
Che tutto ciò sia un disagio sociale, è certo. E ci sarà sicuramente un motivo perchè i giovani hanno una aspirazione di vita sempre più bassa, che hanno sempre meno interessi e che sperano di arrivare al weekend e poter non pensare per qualche ora. Ma noi non ci chiediamo perchè, preferiamo etichettarli e chiedere il club di turno.
Andrò avanti a pensare che il cambiamento avviene attraverso la cultura. E questo vale sia per le forze dell’ordine e per la pubblica amministrazione che per i giovani del Fabric.
Chiudere il Fabric significa chiudere uno spazio dove i giovani possono divertirsi, incontrarsi. Oltre al fatto che significa chiudere un pezzo di storia della musica dei repetitive beats. E bisogna dirlo, è un po’ come darla vinta alla Thatcher, che dopo tanto tempo, dalla tomba forse è riuscita a ferire profondamente il mondo techno, proprio lei che ha cercato di soffocare un fenomeno che nasce come una protesta e che sta morendo come capriccio. È come se avesse sempre avuto ragione riguardo le persone che frequentavano i primi rave e che lo fanno ora.
Non dirò che noi giovani non abbiamo sbagliato o che non lo stiamo facendo, perchè la morte di due 19enni è una notizia che mi fa schifo. Non dirò che “per sole due persone, altre centinaia non potranno più divertirsi al Fabric”, perchè ciò è successo a due ragazzi come poteva capitare all’altro centinaio presente nel club. Ma purtroppo, è da dire che nel mezzo di questo grave incidente, si sono ritrovate 250 persone, sicuramente la maggior parte giovani, che fanno parte dello Staff del Fabric, che da oggi non hanno un lavoro.
I sondaggi pubblicati quest’anno dal Global Drug Survey mostrano come il consumo di sostanze sia in forte aumento. Proprio per questo, il Mixmag ha portato avanti una campagna sull’uso “sicuro” dell’ecstasy con lo slogan: “don’t be daft, start with a half”, non essere sciocco, inizia con mezza. Ora, però, la pagina dedicata a ciò non è più disponibile, forse si saranno resi conto del paradosso?

Mi chiedo solo quanti dovranno ancora morire per capire che da parte nostra è sbagliato e non necessario consumare e che da parte dei governi è giunta l’ora di un piano di prevenzione e sensibilizzazione.