The Oppen's paradigm - Vladimir D'Amora



Il titolo di questa breve, e pretenziosa perché oramai in absentia, comunicazione sarebbe stato: the Oppen paradigm... Perché il paradigma, ed è questo che qui si deve volere, anzi, si può mostrare, è una specie, una apparenza di oggetto, alquanto critica: il paradigma è ciò che è eminentemente inappropriabile. E vada da sé, che la tenuta di una tale pretesa sia, a sua volta, solo il mostrarsi di parodie paradigmatiche.

Lingua e borghesia

Una lingua, quanto una borghesia, è un organismo storico; col che si intende che, per cadere nel tempo e avere una storia, una borghesia e la sua lingua hanno da mostrarsi: come fatte di tempo: come se fossero delle vite a tempo - e sempre situabili nella crisi delle loro rappresentazioni proprie, storiche.

Una delle sigle con cui si è mostrato un recente oggetto librario, L'eroe borghese, a firma del cartografo letterario Franco Moretti, nella sua lampante ossimoricità consona, anzi, coincide, con quanto ci è dato ricordare - oggi - di un manuale storico-lettetario, che ci capitò di frequentare. Giuseppe Petronio, nel suo oramai esaurito Sistema letterario, rintracciabile comunque negli antiquariati, segnala come una borghesia d'Italia, negli autunni medioevali, sprovvista di ethos, ossia di seità, si fosse messa ad assorbire forme di vita dall'aristocrazia fermamente declinante... E, tra le forme di vita di una neonata borghesia, la lingua prese a essere abitata da elettrificazioni e sconnessioni tali, che, accanto a ciascuna, viva o morta che fosse, se ne distese uno spazio di gioco a venire - prima che ogni bilinguismo fosse salutato come una divaricazione insanabile perché a nessuna forma in una vita, si lasciò l'agio di essere, singulatim, amabile.

La borghesia, cioè, rispetto alla sua lingua, anche quando riesca ad abitare la parodia come una operazione di flagranza critica, ossia come mediazione capace di non feticizzarsi essa stessa - è tale, da essere destinata a una inabilità tale, che il borghese, persino le vacanze e le evacuazioni e le liquidazioni da lui innescate, non può che capitalizzarle in un inesausto differimento, che le compi e sveli: la letteratura europea, nascendo borghese, disseminandosi secondo le correnti borghesi, ossia secondo linee di fuga davvero riconoscibili e reificabili, è stata una operazione, quasi cinica, che, nel mentre ha ridotto la poesia a una amabilità delibabile e, insieme, spettrale, ha potuto, quindi, giocarsi lo spazio della storia come una prosa e una progressione - la cui meta si è risolta in metodo: in cui le forme si sono date vita: mercificandosi.

La lingua borghese, dunque, è la lingua di ogni poesia moderna e contemporanea: è una poesia, la cui indelibabilità è solo un progetto di vendita.

Il poeta, oggi come ieri, cioè forse domani, resta un borghese: meglio: il resto ingombrante di un borghese: quanto avanza dalla coincidenza di un desiderio e di un bisogno - borghesi. Perché oggi la poesia borghese è un implacabile, e laddove placato è pure messo a risorsa di una lingua che si esaurisca nella sua oggettualità - esperimento di velamento, entro un nulla rivelante, della lingua stessa. Perché la lingua del borghese, lasciando sempre che, di ogni dispositivo, l'istituirsi sia l'ingombro del suo stesso incepparsi, dispone, come un indicibile, un oscuro, anzi, esternalizzato presupposto: non lascia, il poeta oggi, e oggi non c'è poeta che non sia la sua lingua borghese, che un'ombra linguistica sia null'altro, che una materia di (una) luce... (Ma non si tratta, tuttavia, ancora di eliminare l'indicibile in tesi di presupposto, posizionandolo finalmente in una lingua; di più è in gioco il mostrare che il dicibile (non: il non-detto) è qualcosa che è - e non qualcosa che si dica. In vero proprio l'eliminazione dell'indicibile e irrelato: del non- e extra-linguistico in una lingua, non fa altro che cadere insieme, ossia coincidere, con una esposizione dicibile. Perché il dicibile non è prima o dopo una lingua, ma insorge insieme a questa: ne è simia di simultaneità: parodia anche: e forse resto di lingua - e tuttavia a una lingua non riducibile).

Oggi: il poeta che il borghese è - è nel suo tempo montato come la inammissibilità che un dicibile sia l'unico oggetto in cui una realtà possa essere addensata. Oltre - oggi - si dispone l'abolizione, in merce, dei confini tra immagine e oggetto, tra lingua e mondo - e tale abolizione è il segno di una reciprocità di implacabili giudizi, che oggetti e lingue si rimandano in una incessante e fittizia crisi.

Briciolità poetica

Le cose americane, che Rilke, in una lettera, segnalava, insieme deluso ed eccitato, come svuotate di uso ossia di inapparenza ossia di segreto - sono oggetti - oggi - poetici. La poesia - oggi - giace nell'esposizione di un mondo, come gli strumenti di una umana ed esausta operazione come stremati oggetti a fronte di artefici oramai non solo ritratti nella loro malinconia indifferente e impiegabilissima. Il poeta - oggi - opera proprio tra oggetti esposti nella loro, stessa inoperosità, e una oggettualizzata inabilità ad abitare l'addensarsi di tali, anche parodiati nella mercificazione reciproca, vuoti.

Oppen, e poeta e americano, e tale che oggi può solo portarsele a coincidere, in un dis-astro illuminatissimo, e l'apertura rilkiana alla animalità salvifica e la schiusura heideggeriana alla inautenticità come all'appropriabile - Oppen opera nella coincidenza di oggetto e di lingua. Aprendoli, entrambi, alla loro reciproca e propria mercificazione ossia produzione di vuoto, rimpicciolisce e l'oggetto e la lingua. L'oggetto, così, di un verso, di un vettore bloccato, assume non altro che l'intensità: l'oggetto, entro il rimpicciolimento linguistico, si fa briciolità: materia temporalizzata: storia ritmata, anzi, sospesa, in una purezza come in una relazione, essa stessa inappropriabile, a un vuoto. E la lingua resta non a sbriciolarsi, ma proprio addensantesi (e addensata...) in uno stato di torso, di flagrante pezzo.

Quando la poesia, come oggi, con successo adempia e si consumi in quella oggettualità, che valga certo, ma solo perché produca non più di un giocattolo povero - e mentre l'oggetto borghese si rimpicciolisce e sbriciola soltanto per quanto consente, in un'unica guardata, una vincita pan-oramica - la poesia è una immagine, ossia una indiscernibilità di lingua e di mondo: di dicibile e di fenomeno: un'immagine paradigmatica, se parodia ogni borghese parodiarci la fine di una storia... Paradigmaticità poetica, che non sia altro che il medio, vuoto, in cui, a fianco a ciascun pezzo, si mostri e porti " qualcosa su cui possiamo reggerci. "

soglia

Oggetto e poesia

La poesia è un oggetto.
Un oggetto è un portatore di nome.
La poesia è nome.

Che ne viene?
Che cos'è un nome?

Come coincidono nome e oggetto?

I nomi sono atomi e proprio la loro origine: la loro sceneggiata etimologica, li conferma come elementi ossia come un che di indivisibile: come indici di se stessi. Perché mentre un discorso è scomponibile in nomi, proprio che i nomi in una loro origine siano portati da questi e/o quelli oggetti, ne fa una materia la cui originalità è il loro stesso tradimento: i nomi sono solo scrivibili nominabili comunicabili archiviabili: scordati.

Mentre i nomi pretendono una attenzione tale per cui ci si dovrebbe contentare della loro finzione di orfanezza: i nomi sono quei presupposti di una lingua che nel segnalarla come povera ossia referenziabile, la impongono come una separatezza oggettuale - gli oggetti sono inneschi lampanti ingombranti di violenza messa di fronte: anche presso i loro nomi. Di cui abbisognano tanto quanto aspirano non già a una pretenziosa taciturnità, ma al silenzio come di uno scantinato di giocattolai oramai abitato non da altro che da una infantile meraviglia e sconnessa...

Dunque nomi e oggetti sono una coincidenza la cui origine ha da essere pesata... Perché che cosa accade in una genealogia che denunci di nomi e di oggetti la reciproca pretesa di autonomia? Com'è che oggi oggetti e nomi,  proprio per quanto giocano non altro che il giro a vuoto della loro autoreferenzialità, non possono altro che il blocco dello iato: schermare il vuoto centrale che li riduce a complici di una finzione di coincidenza?

I nomi non possono inventarsi impunemente creativamente artisticamente minoritariamente infantilmente - tanto quanto se a un oggetto oggi capita la ventura di restare innominato non ha assise donde ricavare diritto a essere almeno solo pensabile: dimenticabile.

Oggi: questo oggetto è un nome senza una idea: senza una scena in cui resti qualunque nome e qualunque oggetto come una esigenza da portare.

Esigenza è il portamento senza essere: senza indimenticabilità: i nomi che si portano, sono oggetti da deporre. Gli oggetti sono resti impossibili.



«Naufragio del singolare», raccolta poetica di George Oppen.
Edizioni GALLERIA MAZZOLI – Modena
a cura di Brunella Antomarini e Paul Vangelisti
traduzione di Pietro Traversa


Per gentile concessione e collaborazione dei curatori
ulteriori notizie, video e fotografie possono essere rintracciate qui:

*

George Oppen (1908-1984), una delle personalità poetiche più originali, complesse della poesia americana e in attesa di un pieno riconoscimento, pubblica il suo primo libro nel 1934, Discrete Series (con l’introduzione di Ezra Pound). Con i poeti Louis Zukofsky, Charles Reznikoff e Carl Rakosi, lancia la casa editrice The Objectivist Press e il gruppo 'oggettivista', a cui aderirà anche William Carlos Williams. Dopo essersi arruolato nell'esercito e dopo la guerra, vive a Brooklyn, dove lavora come carpentiere e si trasferisce poi in Messico nel 1952, per sfuggire al maccartismo. Pubblica, dopo un’interruzione di 24 anni, The Materials (1962), seguito da This in Which (1965) e il poema Of Being Numerous (1969), con il quale vince il Premio Pulitzer. Nel 1967 Oppen si trasferisce a San Francisco dove pubblica Seascape: Needle’s Eye (1972) e The Collected Poems of George Oppen, 1929-1975 (1975). Mentre lavora al suo ultimo libro, Primitive (1978), muore, nel 1984, per le complicazioni della malattia dell'Alzheimer. Con questo libro riceve la dovuta attenzione come poeta sperimentatore di un linguaggio che non cede a nessuna retorica e ispiratore delle generazioni successive, punto di riferimento per giovani poeti di ogni lingua e paese.
Powered by Blogger.