La città invisibile di Vladimir D’Amora - Parte I



Sine civitate

La città è indistinguibile. Oggi, ch'è un ormai già abusato e millantato anche, perché di buchi, sospensioni, delle cesure le staccate e riconoscibili, nella ingenuità, si vuole s’abbia bisogno. Oggi la ingenuità che si accolli condivisioni colpevolissime, vuol essere una risorsa essa stessa. Ma in città non è così, partire da una città per assieparsi ai suoi confini, gettare occhi dentro le fabbriche, sotto la pompa di una benzina e tra le azioni appassionate e acefale, non ci si possiede più in questa postura. Non ce n'è l'esigenza, e s'infittiscono solo perdita e conservazione, gratuite e calcolate. La città non tiene confini, perché negli interstizi, che potrebbero squarciare sulla sostenibilità, le immagini crescono fino all'inverosimile loro, ancora si acquietano soltanto.
Vuoto e immagine. La città, e cronotesi che diano respiro, misura come l'abitare salvato tra terra e cielo, perché un corpo lanciato a gravità possa raccogliersi poi, placato inumarsi. Le città sono vampirizzate dall'immane e sconcio più pietrificato, lo studio che finisca lo spazio nella museificazione del già stato che fuoriesca dalla terra: delle porosità tanto insistenti da richiedere diaframmi speciosi, riflettenti o meno, sotto progetti sempre dell'ora estrema, tappi e toppe tramezzi talora destinati a convenienti mosse energetiche, insomma tecniche di saturazione. E le teche che espongano insignificanza e vacuità, rifluiscono in sguardi e disponibili montaggi di corrispondenza, l'occhio del turista e quello del passeggiatore sofisticato memore di letture peregrine e non impolitiche, ma spoliticizzate dalla loro stessa difficoltà di reperimento. Che mai resta tale.




Nichilismo urbano

La città è indistinguibile perché non è un paese, ma lo scenario ritrovato a tavolino da esperti che godano di proiezioni misurate da cifre cibernetiche: un brand è la città, marchio che avvantaggi la sua visibilità vendibile essa stessa mediante dislocazione d'intelligenza e creatività, cioè si creano contestazioni laterali, ospitate nella parte della nota giovane che s'incapsula ormai, come un classico antico contornato dal verde stratosferico d'un futuro lutulento smagliante e producente una distonia sempre indovinata - lo zero il cui agio non inquieti ma sia, esso, irrequietezza sedata a secondo dell'uso e della potenza acquistante. Non c'è potere, non c'è abuso che distrugga affatto. A Napoli le piazze sono punteggiate da consumatori frivoli, storditi, strafatti da chimiche più o meno lecite, non sanno più manco la domanda circa l'idea. Perciò non c'è storiografia che tenga, politica capace d'incaricarsi residualmente del felice. Napoli, dove l'indigenza delle crisi trova uno straniero silenzioso ormai incattivitosi, e però solo chi faccia il proprio, e si sia adeguato salvandosi differenze carnali evidentissime e scovate da telegiornalisti stipendiati a poco, con copioni consuntissimi.


* Fotografie di Vladimir D'Amora


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