La città invisibile di Vladimir D'Amora - Parte III



Nova Terra

Napoli è lontana dalla desolazione, lontana pure dal fermento dell'assimilazione, dell'esibizione delle trasversalità di stagione, di questa temperie che la politica ancora dovrebbe concedersi, come se il tempo e lo spazio fossero solo gli esseri ch'esauriscono e generano e allevano.
Non c'è occhio per questa città, non c'è occhio che possa contare su un vuoto di impianto e di imposizione. Se si cerca il tipico, si finisce per acquistare cibarie che senza sogno si continuano a decantare autentiche, in un silenzio ridicolo assuefatti. Nel gioco, nel futile della materia e dell’inconsistente ci si desta come da un sogno che non lo schifa, il paradosso. Sogni in cui non si fa che prendere sonno, inenarrabili al pari di romanzi d’intreccio e agnizione… Lo sguardo cui può accedere la città, non esperirà né ricorda la difficoltà del paesologo che debba tenersi nello scarto, funambolo che quanto più guarda al paese come a un impossibile presente fagocitabile da animaloide passato e rurale e dal futuro della sua desertificazione e scomparsa, soglia disturbata e difficile e ostica al punto che se ne possa pure fare a meno - tanto più rischia di perdersi tra nostalgico rammarico e engagement nervoso urlato, sprecato anche. La paesologia può contare sulla delusione, sull'entusiasmo, tentarsi nell'evocazione impossibile, gettarsi al dispendio d'ellissi, caracollando quanto irrigidendosi nella rivendicazione del minimo, del necessario, ch’è ciò che alla comunità in vero manca, che le sarebbe sogno e finalmente riconoscimento della impoliticità sua.




Cura in abuso 

Inservibilità dura ostica inaccostabile pure, questa paesologia. Al paesologo è concessa la sobrietà dello sguardo che notomizzi, mentre non gli è impedito di deludere per quanto ci cade nella contraddizione che intanto più o meno frontalmente viene a tematizzare. E il lettore che resti deluso, è in fondo una reazione programmata dalle logiche industriali, editoriali: i volumi rari e sofisticati e genuini e intelligenti dietro a quelli che, una volta letti, sono inservibili arredi d'appartamento o prestiti scordati... La paesologia, quanto la fantasticazione celatiana, dà agio forse, come se ci fosse proprio da assumerselo, in quanto lettori o già riscrittori imitatori o solo ammiratori, il vuoto aperto dalla delusione ingenerata dalla sua contraddittorietà. Di fronte all'aporia, alla inaggirabilità del rischio cui non può non aprire il nomadismo o la mera deambulazione che non s'affidi ad alcuna ossatura, soggettività, se non quella dell'io sempre di nuovo convocato e dissolto nel comune: in una appartenenza passata per tutte le ambasce delle crisi storiche, dalle morti scordate nel rutilante ufficiale a quelle dissolte nella voce accordata ai morti stessi. In vero Celati da una postura che nella ricerca d'apostasia e lateralità, rischia d’assumere proprio centralità e reificabilità - Celati e il suo occhio che fiuta disteso e tanto apollineamente, da non potere non irradiare luce non fredda, mirabile, imitabile: perché accusatorio ma non risentito.




Finis historiarum

La città invece non conosce la post-heideggeriana comunità impossibile, né la cura di sé tale da rendere agio a null'altro, che alla salute altrui - Napoli non ha esigenze: non lascia che la perdita resti tale, non sa abbandonare le storie all'inservibilità del vacuo entro cui ci si possa amare, incontratisi. Neppure sa sognare una rivelazione eccentrica inusabile: l'agio che disintegri il falso delle apparenze. Perché nel tufo si passeggia ormai, di notte pure, in un ventre sempre più replicato e doppiato e attraversato con doverosità, senza gioia. E senza strazio. E le immagini si caricano di tempo fino a restarne solo schifate, anzi timidamente enfie. Pure dove esplode, la città fa del cimitero - un museo d’evento.



* Fotografie di Vladimir D'Amora.


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